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mercoledì 22 giugno 2016

Otto anni di carcere. Per aver bevuto una birra. Lo chiamano "omicidio stradale"

Scrive "il Dubbio":
Il 19enne Emanuele era alla guida. Ha avuto un incidente ed è morto un amico. Emanuele è un ragazzo di Siracusa di diciannove anni. Ha bevuto una birra, l'altra sera, prima di mettersi alla guida della macchina della sua mamma. Una: una sola. È stato imprudente, perché la legge prevede che se guidi una macchina puoi anche bere una birra, ma soltanto se hai la patente da qualche anno. Lui l'aveva presa solo da un anno, e allora la legge dice: alcool zero. Giusto. È pericoloso guidare l'auto, quando sei ancora inesperto, se non sei lucidissimo.Emanuele, sabato notte, ha ha avuto un incidente, la sua macchina si è ribaltata e un amico che stava con lui, sul sedile posteriore, Sebastiano, diciotto anni, è morto. Un altro amico, Simone, 17 anni è rimasto ferito, ma non è in pericolo di vita. Emanuele è stato trovato dai carabinieri seduto vicino all'auto, sotto choc, piangeva a dirotto, disperato. Forse non si riprenderà più dal senso di colpa per avere causato la morte di un amico al quale era molto legato.Ma allo Stato, giustamente, delle emozioni frega poco. Contano le leggi. La nuova legge sull'omicidio stradale stabilisce che la pena minima per quel che ha fatto sono otto anni. Senza condizionale, senza sconti, senza attenuanti. La legge non lascia nessuna discrezionalità ai giudici. Simone dovrà scontare la pena in cella. È giusto così? La ferocia e la rigidità della legge sono utili? Pagare per aver bevuto una birra con una pena simile a quella per l'omicidio volontario, aiuta la civiltà? Forse no. Forse aiuta solo i partiti che l'hanno votata per far pace con la spinta travolgente del giustizialismo.
L'orrore si materializza, le previsioni da Cassandra che taluni facevano durante il dibattito sulla legge sull’omicidio stradale si dimostrano accurate: più d’una legge inutile, questa è stata una autentica follia che rovinerà ancora più vite... 
Siccome i nostri Stimati Magistrati non sono in grado di distinguere lo stronzo che fa una strage perché è solito girare per strada pieno di droga o di alcool da un ragazzino che s'è fatto una canna o bevuto una birra e magari è stato coinvolto in un incidente che sarebbe avvenuto comunque, allora roviniamo il secondo, tanto al primo della galera non gliene può fottere di meno.
Questo ragazzo è il primo di una serie di persone che saranno rovinate da quello che è veramente un incidente, altro che “dolo per previsione dell’evento” “colpa cosciente” e altra dottrina: un errore, punto.
Sicuramente verrà sollevata la questione di legittimità costituzionale, me lo auguro, anche se la Corte Costituzionale è storicamente abbastanza compliante con le scelte punitive del Parlamento (diversamente peraltro il Codice Rocco non sarebbe sopravvissuto al nuovo regime costituzionale).
Qui c'è una piccola possibilità: il fatto che si potrebbe ritenere violato il principio di responsabilità personale, perché si potrebbe sostenere che si tratta di una forma di responsabilità oggettiva (ti punisco perché hai la patente da meno di due anni), però è arduissima in logica e di fronte a una Corte più sensibile a garantire le pensioni che libertà...
Complimenti ai cialtroni che hanno voluto, sostenuto e votato questa legge.

martedì 31 maggio 2016

Omicidio Sara Di Pietrantonio: se a ogni notizia di cronaca qualcuno chiede più pene.

È successa una cosa tremenda: una povera ragazza uccisa da un uomo che non accettava la sua libertà di scegliere.  È una cosa tremenda, ma solo in Italia siamo sessanta milioni di persone: ogni giorno accadono miliardi di eventi legati a queste sessanta milioni di persone, molti insignificanti, molti piacevoli, alcuni incommensurabilmente belli, altri incommensurabilmente brutti.  Purtroppo la dura legge della comunicazione fa sì che solo questi ultimi diventino notizie.
E allora, a ogni notizia, qualcuno che chiede pene più dure, “sconti” alle regole, più galera e più durezza, in una spirale senza fine verso un diritto penale sempre meno civile, sempre più minaccioso, verso una società sempre più violenta.
E non si capisce che mentre il male fa da sempre parte della società umana, un diritto penale con elementi di civiltà, una società che non fa del terrore giudiziario il proprio strumento sono le conquiste di questi ultimi due secoli, e che queste conquiste sono legate, intimamente, a tutto il resto, garanzie civili e sociali comprese, perché quando le manette dilagano, la cultura delle manette pervade tutto e risolve tutto, dai crimini veri e propri al disagio sociale.
La retorica della sicurezza ci ridurrà come gli Stati Uniti, che hanno una popolazione carceraria 42 volte quella italiana, a fronte di una popolazione generale che è 6,3 volte quella italiana; soprattutto ci educherà alla violenza peggiore, quella delle leggi, quella praticata dalla collettività.
Quelli che vogliono “la giusta pena” per Caino faranno finire in manette lo stesso Abele.

giovedì 7 aprile 2011

Arresto del senatore Tedesco: l'ennesimo errore del PD che insegue Di Pietro

Chiedere l’arresto di un parlamentare è chiaramente una mossa che nulla ha a che vedere con delle indagini serie: tra la richiesta d’arresto e il voto passano i mesi, nei quali qualunque dei rischi che l’arresto dovrebbe evitare si può realizzare (fuga, inquinamento delle prove, eccetera), votare per quell’arresto è una scelta suicida anche se può sembrare “conveniente” per il marketing di partito.

Per le ragioni appena dette, l’arresto di un parlamentare non serve a nulla a meno che non sia uno strumento di pressione psicologica “per farlo cantare”, allora però c’è una ragione in più per essere contrari: la privazione della libertà non è prevista come strumento per “ammorbidire” gli indagati.

Capisco che da una trentina di anni ogni principio liberale in tema di ricerca delle responsabilità penali sembri andato a farsi fottere in nome della “lotta senza quartiere al male” (il crimine organizzato, la corruzione, ogni altro accidente), ma se si continua ad arretrare presto o tardi non resterà nulla da difendere.

giovedì 17 giugno 2010

Giustizia: la prima legge della sinistra colpisce ancora.

Come sanno i miei lettori, la “prima legge” sugli allarmi lanciati dai sinistri è semplice: quando li si sente strillare, i sinistri, su una grave minaccia che incombe sulle nostre teste (democrazia, libertà sicurezza sociale, pace), i casi sono due: o si tratta di una porcata che hanno già commesso e gli è riuscita male, oppure si tratta di una porcata che vorrebbero commettere loro, e stanno cercando di impedire agli avversari di arrivare per primi.

Questa legge vale sia per le porcate vere, sia per le cose buone che si trasformano in porcate perché sbandierate ai quattro venti e poi abbandonate.

Ecco cosa scriveva il PD di Veltroni il 22 febbraio 2008 nel proprio programma sulla giustizia:

…Il divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misura cautelare fino al termine dell’udienza preliminare, e delle indagini, serve a tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali.

E’ necessario individuare nel Pubblico Ministero il responsabile della custodia degli atti, ridurre drasticamente il numero dei centri di ascolto e determinare sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali, per renderle tali da essere un’efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati…


Sono semplicemente dei maiali, per i quali le garanzie dei cittadini valgono meno di quel derivato della cellulosa confezionato in rotoli che troviamo nei nostri bagni: per gli amici sinistri i diritti civili sono assolutamente fungibili e sacrificabili, come uno strappo di carta da culo.

P.S., questa merda l'ha riportata a galla un sinistro "per bene", Luca Sofri

venerdì 11 giugno 2010

La giustizia del pesta carne

Saranno decenni che non ne vedo più uno in azione.
Anch’esso è infatti, in qualche modo, il simbolo di una società che non c’è più: più povera e più attenta a trasformare il poco in qualcosa di buono.
Lo si usava per colpire fettine di carne spesso un po’ nervosa, appiattendola e rendendola più morbida, buona per essere quindi impanata in una gustosa cotoletta alla milanese, o messa in padella per fare una bella portata di piazzaiola.

Ecco, se c’è un’immagine che io userei per questa stucchevole polemica sulle intercettazioni e sugli atti d’indagine è quella del pesta carne.

Tutti sanno che intercettazioni e atti d’indagine sono oramai da decenni usate per snervare e ammorbidire gli indagati, per distruggerne la fibra prima di poterseli cucinare: a furia di pestoni infatti dell’indagato non resta più nulla di intero.
Tutto viene ben bene colpito, senza dimenticare nessun particolare, specialmente i più imbarazzanti e meno attinenti con le indagini: vita sessuale, vita familiare, amicizie e relazioni, affinché la fetta di carne resti lì sul tavolo sanguinolenta e isolata, pronta alla resa.

È la strategia dell’inquisitore che Orwell aveva ben descritto in 1984, quella di un potere il cui scopo è annientare, fino alla resa della vittima, anzi alla sua entusiastica collaborazione alla propria messa a morte.
È la tattica che la nostra magistratura, la politica e i pennivendoli che lordano il nome di giornalisti adottano ogni giorno.

L’indagato, come il marito cornuto, scopre i particolari più agghiaccianti su di sé direttamente dai giornali, senza avere la possibilità di dire “né a né ba”.
Altro che pubblicità del processo: da Enzo Tortora in poi (mi secca citare questo nome, ma non è un caso se l’infamia sia divenuta sistema proprio col maxi processo alla camorra di cui è stato vittima) le pudenda dell’indagato sono esposte prima ancora che questo si cali le mutande.

Siamo arrivati a un tale livello che, oramai, non c’è più neppure bisogno di essere indagati.
Prendiamo un esempio a caso?
Claudio Scajola.
Personalmente mi sono fatto l’idea che possa essere un lestofante.
Tecnicamente però il soggetto è solamente una “persona informata dei fatti”, un potenziale testimone non un potenziale imputato.
In attesa che gli atti divengano pubblici per gli imputati, il primo a essere distrutto è stato colui che gli stessi PM paradossalmente sembrerebbero considerare innocente, senza neppure il bisogno di invocare la presunzione d’innocenza.
Lo hanno preso, messo sul tavolo di cucina, e preso a martellate, in modo da sfibrarne ogni nervo, in modo che, in una pozza di sangue, si ritirasse, paria per tutti.

Cosa c’entri la libertà di stampa, cosa c’entri l’obbligatorietà dell’azione penale lo sa soltanto la mente di questi talebani che oramai hanno colonizzato procure, giornali, partiti, che teorizzano la supremazia del sospetto, la lotta senza quartiere e senza rispetto per l’uomo, salvo quando la stessa medicina viene usata con loro.
Sono simili difensori della giustizia i migliori alleati dei corrotti e dei corruttori: la seminagione di paura che riescono a compiere è così proficua da spaventare ogni cuore che abbia ancora un briciolo di sentimento liberale e che, a questo punto, pur di tenere simili barbari lontani dall’uscio, preferisce tollerare ladri e grassatori assortiti.

martedì 6 aprile 2010

Il Paese dei detenuti in attesa di confessione

Procedura penale? Da Scaglia a Frisullo, passando per la mamma di Genova accusata di aver ucciso il figlio, la cronaca offre storie clamorose di detenuti senza condanna. Altre si svolgono nell'ombra dell'anonimato. Uno scandalo tutto italiano. E tra tante ipotesi di riforma della giustizia, nessuna sfiora il tema.
C’è un volto della giustizia italiana che fa paura. È quello rivelato dalla pratica costante della carcerazione preventiva che chiude negli istituti penitenziari innocenti e probabili colpevoli prima ancora di un processo e di una sentenza. Sono migliaia in Italia i detenuti in attesa di giudizio, aspettando in celle affollate che la magistratura compia, con tempi lunghissimi, il suo lavoro.
Qualche volta la cronaca si imbatte in casi clamorosi. È accaduto tempo fa al padre dei fratellini di Gravina sbattuto in galera con l’accusa di aver ucciso i suoi figli e di aver nascosto i loro corpi che poi sono stati trovati vicino casa, precipitati senza violenza da un edificio diroccato. È accaduto all’ex presidente della regione Abruzzo chiuso in un regime carcerario odioso e che a tutt’oggi non sa ancora di quali colpe è stato accusato malgrado la sua vicenda abbia provocato un vero e proprio terremoto politico con le sue dimissioni, l’anticipo delle elezioni e la vittoria della parte a lui avversa. Non ci sono solo storie di ieri, ne vogliamo raccontare almeno tre che invece sono più recenti e alcune ancora in corso.
Meno di venti giorni fa lo stesso destino del padre dei fratellini di Gravina è toccato a Katerina Mathas, una giovane donna di Genova accusata di aver ucciso con la complicità del fidanzato suo figlio con terribili sevizie. La Mathas si è fatta sedici giorni di carcerazione preventiva, è stata indicata dai media come una terribile infanticida e poi sia il pm sia il gip l’hanno scarcerata perché non c’erano prove a sorreggere l’accusa. Ma nelle carceri italiane ci sono anche, fra gli altri, due detenuti eccellenti, di quelli che per aver ricoperto posizioni di potere e per l’odiosità delle colpe addebitategli vengono considerati dalla pubblica opinione come colpevoli prima che un tribunale ne accerti la responsabilità.
Uno è Silvio Scaglia l’ex amministratore delegato di Fastweb accusato con altri di una maxi-truffa e inseguito da un mandato di cattura internazionale. A fine febbraio Scaglia torna in Italia e viene rinchiuso a Rebibbia, quindi nei suoi confronti non potrebbe valere il sospetto di aver cercato la fuga visto che era nelle Antille e ha scelto spontaneamente di consegnarsi ai suoi giudici. Scaglia per di più si dimette dal consiglio di amministrazione di Fastweb quindi non è più in grado di svolgere attività che possano manipolare le eventuali prove a suo carico. Eppure da fine febbraio è in carcere come un delinquente comune senza che alcun tribunale abbia finora accertato la sua colpevolezza. Probabilmente viene sospettato di non aver rivelato tutto quello che sa, il che conferma che in Italia la carcerazione preventiva è la risorsa estrema dei magistrati per ottenere quella che non è più da secoli considerata in diritto la “prova regina”, cioè la confessione.
L’altro personaggio pubblico che ha passato Pasqua in galera è Sandro Frisullo, ex leader del Pd pugliese nonchè ex vicepresidente della Giunta Vendola. Frisullo si è allontanato da ogni attività politica e amministrativa all’indomani delle accuse formulate contro di lui. Ha ammesso la sua frequentazione con Tarantini e di aver goduto dei favori sessuali di alcune escort amiche del faccendiere pugliese. Ma Tarantini ha dichiarato di aver dato anche soldi, una tangente in cambio di favori. Frisullo invece nega che ciò sia mai accaduto. L’ex esponente del Pd pugliese è in carcere malgrado sia notoriamente una persona mal messa fisicamente che in carcere non può curare le numerose malattie di cui soffre. Eppure anche per lui non ci sono state pietà e equità. Finchè non confessa sarà detenuto.
Una politica che si rispetti e una magistratura efficiente dovrebbero aprire di comune accordo il dossier sulle carcerazioni preventive. Il carcere è il luogo terribile e giusto per imputati considerati colpevoli e a cui è stata comminata una pena rapportata alla gravità del reato. Il carcere dovrebbe essere escluso, invece, quando si sia ancora nella fase istruttoria e il cittadino va considerato, fino a prova contraria, innocente.
Non a caso lo stesso codice disciplina in modo severo le ipotesi di carcerazione preventiva. Invece nella realtà il carcere viene utilizzato come strumento estremo di pressione sull’indagato per costringerlo a confessare il reato di cui è accusato. Spesso il tempo della carcerazione si rivela non solo ingiusto in sé ma insopportabilmente lungo anche rispetto alla violazione della legalità ipotizzata. Accade che l’onere della prova non spetti più a chi accusa ma a chi è costretto a difendersi. Può accadere, ed è accaduto, che persone non in grado di reggere la condizione carceraria si siano auto-accusate per cercare di tornar libere.
Siamo di fronte a casi di violenza giudiziaria che dovrebbero far riflettere. Innanzitutto il governo. Sono anni che siamo sommersi da leggi e leggine che cercano la salvaguardia per il premier e per i suoi sodali, ma nulla si é fatto sullo scandalo della carcerazione preventiva. La stessa opposizione, così sensibile ai richiami giustizialisti, non si rende conto che limitare i casi di carcerazione preventiva non significa indebolire la magistratura ma applicare norme elementari di diritto. Se vogliamo parlare di riforma della giustizia partiamo da qui e non dalle intercettazioni.

Peppino Caldarola per il Riformista

venerdì 2 aprile 2010

Qui si insultano i preti, e si difende il ministro Alfano

IO sono un privato cittadino, posso dire tutto quel che voglio sui preti.
Posso dire che li considero tutti dei pedofili in fieri e che reputo la Chiesa Cattolica un’associazione a delinquere, anche perché io posso finire un tribunale a risponderne.
Un Magistrato della Repubblica invece deve pesare le parole col bilancino.
Perché la toga gli dà un potere straordinario, quello di seminare il dubbio nelle menti delle persone, e perché tanto i giudici non rispondono MAI dei loro atti.
Per questo un giudice non dovrebbe rilasciare interviste di sorta ma parlare solo con le sentenze.
Il principio vale quando un giudice piscia fuori dal vaso con Berlusconi, vale quando piscia fuori dal vaso con un povero Cristo qualunque, vale [nonostante tutto] anche quando piscia su un cardinale.

mercoledì 24 febbraio 2010

Indagare sugli appalti e sputtanare due froci

Dagospia ha pubblicato qualche giorno fa un articolo di Libero, il cui articolista, compulsando la documentazione di un fascicolo di indagine che a norma del Codice di Procedura Penale dovrebbe essere ancora riservato, ha bellamente pubblicato all’interno di un articolo sulle indagini relative agli appalti di Firenze, gli SMS tra due uomini che si amano.

Al di là dello schifo per Libero, e per il suo articolista, vanno alcune considerazioni.

Questo Paese ha la guerra civile e lo stupro del nemico nel suo DNA, e per questo motivo ogni pudore, ogni barriera sono rimosse se torna utile in qualche modo. Così, chi dovrebbe difendere le nostre libertà fondamentali (scriviamolo: magistratura e forze di polizia) è il primo ad aggredirle diffondendo ciò che non serve alla ricerca delle responsabilità penali ma può servire a distruggere moralmente la figura di indagati e persone vicine, nella speranza che, cancellata ogni pretesa di umanità, le vittime si prostrino e si arrendano, oppure che, in nome dell'immoralità (!) delle loro condotte, i tribunali ignorino le lacune delle inchieste.

Succede così oramai da decenni: ti arrestano per camorra e raccontano falsamente che t'hanno preso mentre facevi un trio con una sgualdrina e un negro (Enzo Tortora), sei sospettato di omicidio e ti mostrano come un maniaco sessuale (Alberto Stasi), si parla di appalti e si sputtanano due omosessuali (Angelo Balducci e Andrea Occhipinti), si coinvolgono amici, figli, famiglie, appartenenze religiose, qualunque cosa pur di distruggere l’obiettivo, che magari è pure colpevole ma che ha il diritto UMANO a essere giudicato solo per ciò che ha fatto, non per ciò che è.

E tutto questo mentre coorti di assassini in toga, in divisa, su uno scranno parlamentare o col tesserino dell’ordine dei giornalisti pontificano di virtù e solleticano gli istinti più belluini del popolo bue.

C’è una sola consolazione: ogni tanto qualcuno di questi maiali finisce nello stesso tritacarne del cui macinato s’è cibato fino al giorno prima.

mercoledì 13 gennaio 2010

Le parole di Del Turco a "l'Opinione"

Ottaviano Del Turco è stato intervistato da “l’Opinione”.
E ha rilasciato un’intervista moderata, priva di qualunque delle asperità che la vittima di un evento del genere avrebbe diritto a usare. È riuscito persino a non essere troppo duro né con la magistratura, né con i suoi ex “compagni” di partito, così signorile che il momento più duro è una forzatura del quotidiano, che titola “Ho sconfitto i Pm eversivi”. E, come anche Bettino Craxi dopo la rovina, continua a essere orgogliosamente di sinistra, a preferire Emma Bonino e Nichi Vendola. Si dice che è nelle avversità che si conoscono gli uomini. In questa occasione ho potuto conoscere quello che semopre più mi pare un galantuomo.


Ottaviano Del Turco, uno dei 45 leader fondatori del Pd, era governatore della Regione Abruzzo, dove era stato eletto con ampio consenso, quando alle sette e mezza del mattino del 14 luglio 2008 una fila di volanti gli piomba sulla porta di casa con un mandato d’arresto. La polizia fa irruzione e lo porta, a sirene spiegate, dietro le sbarre del carcere di Sulmona. L’operazione, definita “spettacolare”, era giustificata, come ebbe a dire il procuratore Trifuoggi, dall’esistenza di “prove schiaccianti”. Non era vero niente. Ad oggi tutte le accuse nei suoi confronti, come riconosce la stessa Procura della Repubblica di Pescara, si sono rivelate false. Destituite di fondamento. Ma la vita di un uomo politico, prima che la sua carriera, sono state stravolte.

Del Turco, ma su di lei non c’erano “prove schiaccianti”?
Io seppi della conferenza stampa dove mi mettevano alla berlina mentre ero rinchiuso in prigione a Sulmona. Non ho potuto replicare. Ho solo potuto leggere l’atto con cui venivo arrestato. Quando ho letto di prove schiaccianti, provai un sentimento di sollievo. Pensavo a un processo per direttissima, dove mi sarei difeso da accuse tanto infamanti. Invece è accaduto l’inverosimile: mi sono trovato con una proroga dopo l’altra. Questo mi fa pensare che si trattava in realtà di un bluff, un processo dove non c’era alcuna prova, e dove le indagini sono cominciate il giorno stesso dell’arresto.

C’è un problema di strapotere della magistratura in Italia?
C’è un rapporto complicato tra la politica e la magistratura, in cui quest’ultima ha potuto esercitare un abuso di potere tale da diventare talvolta eversiva nei confronti della politica stessa. Io sono stato eletto con il 60 % dei consensi dagli elettori abruzzesi, possibile che una forzatura di un solo magistrato abbia annullato quel risultato?

Come esce da questa esperienza?
E’ stato un incubo durato 17 mesi, ho rimesso in discussione una intera vita, cinque anni di commissione antimafia, venti anni di sindacato, quindici di politica attiva, una vita di cui sono sempre stato fiero... Tutto sembrava svanito all’improvviso, senza capire il perché. Ma da subito c’è stato qualcuno che non ha creduto alla versione raccontata dal mio accusatore Angelini.

Perché la Procura gli ha creduto?
E’ a sua volta indagato, Angelini, ma il gip ha ritenuto che la sua testimonianza fosse ben più importante della verità oggettiva e della mia libertà di persona onesta. Peccato non abbiano voluto valutare meglio il rapporto dei Carabinieri, settanta pagine che indicavano gli illeciti di Angelini.

Lei al mondo delle cliniche non piace troppo...
Stavamo tagliando in modo serio le spese sanitarie prodotte dalle cliniche private, come d’altronde chiedeva la finanziaria dello Stato.

E la gente, come ha reagito?
Dopo lo smarrimento iniziale ho capito di poter contare su un grande numero di simpatizzanti, di persone che mi davano fiducia. Oggi la cosa si è trasformata in un imbarazzante abbraccio corale, su Facebook 1250 ’amici’ hanno iniziato a scrivermi a qualsiasi ora del giorno. Non posso rispondere a tutti, li ringrazio da qui.

Proprio il suo partito, il Pd, le ha invece voltato le spalle.
Nel Pd c’è una cultura garantista a metà: chi appartiene alla cultura cattolica, viene difeso dalla parte cattolica. Chi proviene dalla cultura diessina, viene difeso dagli ex Ds. Chi è senza patria, come un socialista, non trova difensori. Mi ha amareggiato moltissimo constatarlo, ma il Pd nell’arco di una notte è del tutto scomparso, e da allora, malgrado le mie ragioni vengano riconosciute ormai dalla stessa Procura, mi hanno epurato da tutto.

Anche se è tra i 45 fondatori...
Sì. Adesso scrivono che i fondatori sono stati 44.

D’Alema ha detto di non avere nulla da dichiarare, su di lei. Di non essere né un procuratore né un avvocato.
Quando in Puglia hanno indagato gli amici di D’Alema, invece, è diventato insieme procuratore e avvocato.

Lei era amico di Walter Veltroni. Immagino lo abbia deluso più degli altri.
Avevo preso un abbaglio. Pensavo fosse un leader politico, invece si è dimostrato solo il capo dei vili. Ci siamo incrociati due volte, per le vie di Roma.

Cosa vi siete detti?
Abbiamo cambiato strada tutti e due. Lui per la vergogna. Io, per la vergogna che provava lui.

E adesso com’è il suo rapporto con la politica?
Amo la politica e sonno talmente orgoglioso di quel che ho fatto nella mia attività che non lascerò certo deciderne le sorti a quel tale Angelini che ha fatto sparire 100 milioni di euro dai bilanci della sua clinica. Non sarà né lui né una Procura a dire quando deve finire la mia storia politica.

Lei vota in Abruzzo. Ma chi voterebbe nel Lazio?
Emma Bonino. E voterei volentieri per Vendola, in Puglia.

Le sue ragioni oggi vengono riconosciute, torna a guardare alla vita con ottimismo?
Non ho mai letto tanto come dal 14 luglio 2008 ad oggi, non ho mai dipinto tanto come dal 14 luglio 2008 ad oggi. Quando mi hanno arrestato, me lo sono detto subito. Lo dovevo a me e alla mia famiglia: non dovevo mai smettere di lottare per affermare la verità.

L'articolo su “l'Opinione”

venerdì 8 gennaio 2010

Caso Del Turco: la triste soddisfazione di avere visto lungo

Era il 14 luglio del 2008, quando scrivevo “Hanno fatto una retata, e preso Ottaviano Del Turco e un po’ di assessori e collaboratori… potrò essere smentito dai fatti, però… l’Abruzzo ha già dato: il sospetto che in procura qualcuno non abbia dimenticato i metodi del ’92 è forte”
Nell’ottobre seguente scrivevo che “io non so se è innocente o meno ma, istintivamente, per la disistima che non posso negare di provare verso la nostra magistratura, per il passato specifico di quella abruzzese, per una sorta di fiducia personale che l’uomo mi ispira, non riesco a non schierarmi con Ottaviano Del Turco”.
E a dicembre osservavo che non solo “Per la seconda volta nel giro di quindici anni, il governo di una regione… è stato mandato a casa non da libere elezioni, ma dalle manette”, ma che i PM, dopo essere “andati avanti per mesi dicendo che le prove erano schiaccianti, che Del Turco era al vertice d’un sistema di corruttela eccetera…” prima s’erano trovati costretti a rilasciarlo e poi a chiedere una proroga della durata delle indagini.
Oggi “La Stampa” sembra proprio confermare i miei dubbi, sottolineando che “dal giorno degli arresti la Procura si è avvalsa per due volte della facoltà di chiedere una proroga delle indagini. In un anno e mezzo sono state disposte circa un centinaio di rogatorie internazionali alla ricerca di conti esteri o di società off-shore. Ma non un soldo è stato trovato e il pilastro dell’accusa resta, essenzialmente, la parola del «collaboratore» Vincenzo Angelini, il patron delle cliniche abruzzesi” e riportando come “nel frattempo dalle carte del processo sono spuntate alcune sorprese: la Procura - nel richiedere il rinvio a giudizio degli imputati per reati gravi come la concussione e l’associazione per delinquere - contestualmente ha dovuto depositare gli atti via via acquisiti. E sono emersi tre quattro rapporti - uno dei Carabinieri, uno della Guardia di Finanza e due della Banca d’Italia - che fino ad oggi non potevano essere conosciuti dalle parti e che sembrano andare in una direzione diversa da quella dell’accusa. In un rapporto riservato i Carabinieri avevano chiesto l’arresto di Angelini e di sua moglie e quanto alla giunta Del Turco si dimostrava che non aveva favorito le cliniche private, ma avviato invece un drastico taglio alle richieste illegittime del loro patron”.

Non gioisco affatto.
Vorrei potermi fidare di queste centinaia di migliaia di nostri dipendenti dai quali dipendono la nostra sicurezza e la nostra libertà
Ripeto l’opinione già espressa: “Il problema è la natura dell’accusa nel punto di vista dei suoi rappresentanti. Appare evidente un’idea dell’accusa come il tamburo del revolver alla roulette russa, in cui il PM spera che prima o poi la pallottola si fermi in corrispondenza della canna della pistola, sicché compito del Procuratore è solo quello di far scattare il grilletto più e più volte, finché qualcosa accadrà. E così si arresta sperando in confessioni, inchieste lampo richiedono proroghe, a ogni assoluzione segue un’impugnazione, in un vortice di inefficienza il cui unico risultato sono la sfiducia o il disprezzo da parte di quei Cittadini che invece dovrebbero poter considerare tutto l’ordine giudiziario il supremo tutore delle proprie libertà.”

Per superficialità ho concluso la volta scorsa “Avanti così, fatevi altro male”: la verità è che ancora di più, le vittime siamo solo noi.

mercoledì 16 dicembre 2009

Alberto Stasi e i cadaveri erranti (giusto per ricordare che la giustizia ci riguarda tutti)

Leggendo le agenzie di stampa sulla richiesta di condanna per Alberto Stasi formulata dal pm Muscio, mi è venuta in mente (chissà poi perché…) la famosa storiella dei due appuntati che rinvengono un cadavere in via Aleksandr Isaevič Solženicyn e, non sapendo come scrivere correttamente nel verbale il nome del drammaturgo russo, ipotizzano di spostare la salma in via Giacomo Leopardi, cognome certamente di più semplice verbalizzazione.
Ecco, siccome le perizie (soprattutto quelle disposte dal gup di Vigevano Stefano Vitelli, quindi non di parte) stavano per far crollare tutto l’impianto accusatorio, cosa si “inventa” il pm Rosa Muscio? Modifica, posticipandolo, l’orario della morte di Chiara Poggi che sarebbe stata uccisa non più intorno alle 11/11,30 bensì dopo le 12,20 ora in cui Alberto Stasi avrebbe finito di lavorare al suo computer, come stabilito dalle perizie informatiche. E se, per ipotesi, l’unico imputato dell’omicidio avesse scritto al pc fino alle 14,55? Niente paura, si sposti ancora l’ora del compimento del crimine (magari verso le 15, tanto per stare più tranquilli) e tutto è risolto.
Non solo. Come già osservato da qualcuno, il nuovo orario consente di rendere praticamente senza effetti anche la testimonianza di una vicina di casa dei Poggi che ha sempre sostenuto di aver visto una bicicletta da donna davanti alla villa dell’omicidio intorno alle 9,10/9,15. Quella due ruote non è stata mai identificata così come, nella ricostruzione fatta dal pm, assai poche certezze (per non dire nessuna) si mostra di avere su movente e arma del delitto.
Da esterni quali siamo noi, si ha la sensazione di essere di fronte ad un castello accusatorio assai fragile che traballa alla prima folata di vento: una fragilità sulla quale è basata, però, la richiesta di infliggere trent’anni di reclusione a Stasi a fronte di indizi di colpevolezza “chiari e precisi”: una richiesta, è bene ricordarlo, che rappresenta il massimo della pena prevista in caso di processo con rito abbreviato. E mica è finita, perché la dottoressa Muscio chiesto al giudice di non concedere le attenuanti generiche e di considerare invece le aggravanti delle sevizie e dei futili motivi.
Per dirla con l’avvocato Angelo Giarda, questa inchiesta «fa paura perché prima si è trovato il colpevole e poi ci si è messi a caccia delle prove contro di lui».
Per quel che ci riguarda continuiamo a credere che il caso non sia chiuso e che il colpevole (vero) deve essere ancora identificato.
Intanto il cadavere di via Solženicyn può essere trasferito in via Leopardi.

Gianluca Perricone su "Giustizia Giusta"

mercoledì 2 settembre 2009

Se chi guarda i porno è colpevole per forza

Alberto Stasi era al suo computer mentre si consumava il delitto nella villetta di Garlasco.
Un alibi di ferro, dunque innocente.
Il guaio è che il giovane Stasi stava guardando al suo computer filmini pornografici, e una persona civile queste cose non le farebbe mai: dunque, in ogni caso è colpevole.

Ciò che sbalordisce è il dito alzato del moralista che pretende di inchiodare Stasi alla sua colpa morale: chi guarda il materiale pornografico è sempre un altro, qualcuno che non frequenteremmo mai, qualcuno che vive in modo indegno e disgustoso, proprio come noi non faremmo mai.
E invece su 153 milioni di navigatori on line nel mondo, 147 milioni avrebbero visitato almeno una volta un sito hard. Il 90 per cento del ricavato pubblicitario di Internet viene dalla pornografia; il mercato porno - in tutte le sue varianti tecnologiche - cresce in modo esponenziale, con un valore medio annuo (dal 2002 al 2004) di 993 milioni di euro.

Questi dati possono far riflettere sul significato della sessualità, dell’erotismo, dell’amore, sulla nostra educazione sentimentale: tutti ragionamenti interessanti.
Ma l’equivalenza tra il consumatore di materiale pornografico via Internet e il suo grado di pericolosità sociale che può perfino spiegare un omicidio è stravagante, a meno che non si consideri quell’equivalenza il frutto maturo del moralismo moderno.

Si fanno dotte distinzioni tra moralismo e morale, condannando il primo, celebrando la seconda. Moralista sarebbe colui che si erge a giudice del comportamento altrui, un comportamento che agli occhi del moralista è accettabile e ammissibile se rispetta le regole del costume civile di una società, appunto la sua morale. Tanto per intenderci, il moralista è come un cartello stradale, il quale indica il percorso da seguire che lui, il cartello, comunque, non farà mai. La morale invece è la regola stabilita da quello stesso cartello.
D’accordo, l’esempio può sembrare (soltanto sembrare) pretestuoso: ma sono convinto che oggi non ci sia proprio più nessuna differenza tra la morale e il moralista.
In questi tempi quale morale non è gratuita, fine a se stessa? Quale morale non si basa su pretesti per il proprio libero gioco, per i propri interessi camuffati da nobili principi? Si parla di imbarbarimento della politica, dell’informazione, della giustizia... Cos’è questo imbarbarimento? È l’azione del moralizzatore che di volta in volta decide quale siano le regole da far rispettare secondo il proprio comodo, il proprio vantaggio. La morale non è che il frutto di un indecente gioco di potere: se non hai potere e sei fuori dal comando sei un immorale, dunque il peggio del peggio.
Qual è oggi il moderno tiranno? L’uomo immorale: cioè l’uomo a cui si costruisce addosso l’abito del trasgressore della moralità, naturalmente cucitogli da chi pretende di mettere le regole morali. E così sappiamo anche chi siano oggi gli eroi della libertà: sono coloro che lottano per la moralità del mondo (non più per cambiare o salvare il mondo), una moralità che vedono minacciata da chi si fa una bella risata delle loro regole di potere che pretendono di stabilire chi sia l’uomo morale.

Senza andare troppo lontano si guardi cosa è successo in casa nostra. È andata perduta l’anima cattolica del Paese, e così, invece di concentrarsi sul peccato (presupposto fondamentale della morale cattolica), ci si è concentrati sui peccatori. L’anima cattolica era attenta all’umanità del peccatore: lo comprendeva mentre dedicava le sue forze a combattere il peccato. Oggi c’è una perfetta, simmetrica inversione di questo principio essenziale del cattolicesimo, per cui ogni istanza morale che dovrebbe circoscrivere e annientare il peccato diventa un’occasione per il moralista di attaccare politicamente il presunto peccatore.

Eccolo lì, Alberto Stasi, davanti al suo computer a guardarsi filmini pornografici. Come può non essere colpevole uno che non conosce l’abc delle regole morali?
Dovrà farsene una ragione e mettersi il cuore in pace, perché qualunque sia la verità sulla tragedia di Garlasco, lui è già stato condannato dai moderni eroi che combattono per la moralità del mondo.

Stefano Zecchi

lunedì 17 agosto 2009

Ferragosto carcerario

Sollecitati dai radicali, 150 parlamentari sono andati in giro per le carceri italiane.
Mi sfugge la simbologia ferragostana, dato che il lavoro ispettivo dovrebbe essere fatto tutto l’anno ed a sorpresa.
Il problema, comunque, è solo marginalmente nelle celle. Si trova in Parlamento. A volere essere volenterosi, quindi, si dovrebbero evitare ferie infantilmente lunghe e far funzionare decentemente il potere legislativo.

Le carceri, infatti, sono sovraffollate, ci siamo beccati, come italiani, anche una condanna europea per trattamenti disumani (e se, com’è giusto, anche gli altri detenuti la prenderanno ad esempio, nei prossimi anni pioveranno a centinaia), ma il dato più drammatico consiste nel fatto che più della metà dei detenuti è in attesa di giudizio.

Morale: le celle fanno pena, ma la giustizia è in condizioni di gran lunga peggiori.
Fin quando la politica si occuperà della giustizia solo per strumentalizzare le indagini che riguardano gli avversari e tutelarsi da quelle che entrano in casa propria, a questo disastro non si porrà rimedio.

Posto che i detenuti sono, in maggioranza, cittadini presunti innocenti, moltissimi destinati a restare tali, è singolare che la gran parte di quelli condannati debba ancora scontare una pena inferiore a tre anni.

Ciò significa che riformando i tempi della giustizia (a proposito: i magistrati hanno ferie più lunghe dei parlamentari, ed è una bella gara!) e rendendo obbligatori i termini temporali che procure, tribunali e corti devono rispettare, si riuscirebbe non solo ad avere maggiore certezza del diritto, ma anche condizioni meno disumane nello scontare l’eventuale pena.

Finito il giro carcerario, pertanto, i signori parlamentari sono pregati di non tornare indietro sostenendo che servono più soldi e più celle, giacché in quel modo non si farebbe che fornire un alibi ad un sistema giudiziario in coma.

Servono più diritto, più diritti, più giustizia, più lucidità nell’impostare riforme profonde, che non siano l’eterno rincorrere le emergenze. Serve maggiore autonomia del legislativo dal ricatto del giudiziario, e la totale estraneità del giudicante rispetto a chi sostiene l’accusa. Serve coraggio e determinazione.
Le buone parole di metà agosto, invece, sono inutili, ed aumentano la sgradevole sensazione d’appiccicaticcio.

domenica 10 maggio 2009

Il convegno delle toghe costa 225mila euro: embé?

Oh, lo sapete, vero, che il sottoscritto i giudici li manderebbe a zappare quasi tutti, no?
Però, se i numeri saranno confermati, l’idea che si possa spendere mezzo miliardo per un convegno di due giorni per oltre cinquecento persone, non mi pare esattamente uno scandalo.

I 225.000 euro spesi per il convegno organizzato dal CSM “a Palermo con tutti i capi degli uffici giudiziari, per promuovere la diffusione di buone pratiche organizzative”, vanno infatti divisi per i 516 partecipanti e quindi per i due giorni di durata, ottenendo 214 euro pro capita pro die.

Ora, io guardo alla mia esperienza, e penso che una trasferta forse può costare meno (il rimborso spese per la ristorazione in trasferta è di 40/50 euro, ma non è detto che si spendano 170 euro di albergo), ma un convegno ha pure altri costi organizzativi, che qualcuno deve pagare. E se i 225.000 euro comprendono pure i trasporti, beh i miei complimenti all’efficienza dell’ufficio congressi!

Volendo, ci si può domandare se l’incontro in sé fosse utile e/o necessario, con il rischio sempre presente che la congrega di parrucconi togati passi il suo tempo a parlare del sesso degli angeli anziché a cercare soluzioni pratiche al disastro della giustizia da loro così mal amministrata, ma se si ritenesse utile l’incontro, beh la cifra complessiva mi pare sinceramente equa.
Certo, si poteva spendere ancora meno, magari organizzando l’incontro nella struttura del CSM a Roma, e facendo ospitare i magistrati in qualche caserma, ma queste restano comunque cifre ben al di sotto di quanto spendono le aziende private per la propria formazione.

Resto della mia idea che quella dei magistrati sia una casta improduttiva, iperpagata e dannosa per le nostre libertà e l’efficienza della giustizia. Detto questo, certi “membri laici” del CSM mi paiono altrettanto dannosi, ansiosi di trovare uno scandalo dove lo scandalo non c’è pur di conquistare un trafiletto sui giornali.
il Giornale

sabato 21 marzo 2009

Pubblica gogna: e pensarci un po’ prima?

Su "la Stampa" Barbara Spinelli pubblica una riflessione accorata sulla sorte dei due ragazzi romeni che, nonostante non lo abbiano evidentemente commesso, sono ancora pubblicamente associati a un ignobile stupro, grazie al fatto che gli organi di stampa insistono a mostrarceli in tutte le salse.

Giustamente la Spinelli si indigna: i due, innocenti per questo reato (che possano averne commessi altri è irrilevante, il nostro sistema penale non dovrebbe colpire "la cattiveria", ma solo i fatti) sono da oltre un mese ben ben rosolati da giornali e televisioni, affinché i loro volti restino indelebilmente metafora della vergogna della colpa.

E continua, la Spinelli, rimarcando che questo tipo di abuso a suo avviso non è perpetrato ai danni degli italiani sospetti di violenza sessuale, mentre per i romeni sarebbe diventato norma.
E cita parole ispirate, che condivido, che ricordano come «L'esperienza insegna che pratiche riservate inizialmente agli stranieri vengono poi estese a tutti», e richiama un suo collega di quel giornale, Riccardo Barenghi, che giustamente si chiede «Alla fine, quanti di noi italiani finiranno nella stessa situazione?». E cita, con Rita Bernardini. la devastante storia di Gino Girolimoni.

Tutto giusto, tutto vero, ma ce ne accorgiamo solo oggi?
Stiamo solo raccogliendo il frutto perverso della trasformazione della macchina della giustizia in una macchina da guerra, della trasformazione di ogni inchiesta in una guerra.
Una trasformazione avvenuta oltre trent'anni fa, quando lo stato borghese imbelle ha lasciato che la Magistratura prima e le forze di polizia poi si trasformassero in vendicatori, prima del proletariato oppresso, poi delle Vittime del terrorismo, poi dello Stato che soccombeva al crimine organizzato, poi della società civile contro i politici ladroni, infine dei cittadini spaventati ad arte da politici e giornali in cerca di consensi e di lettori.

E, mentre la macchina della Giustizia si trasformava in strumento della vendetta, i Diritti Civili scomparivano, la presunzione di innocenza diveniva una bestemmia, la pretesa che il Cittadino rinunciasse a ogni autodifesa per consegnarsi al suo carnefice in toga o in divisa si affermava.

Siamo arrivati al punto che di questa vergogna ce ne accorgiamo solo se riguarda due ragazzi romeni o un barista originario del Congo.

Ma la verità è che oramai il sistema ci riguarda tutti.

Io ricordo una mattina del 1983, quando un signore borghese di mezza età si ritrovò in una caserma per un'indagine contro il crimine organizzato.
Comprese subito quale meccanismo stava per stritolarlo, quando si accorse che in caserma stavano aspettando l'arrivo della stampa, per farlo sfilare in manette davanti agli obiettivi di fotografi e teleoperatori.
Quell'uomo si chiamava Enzo Tortora, questa foto non ha insegnato niente a nessuno.

Enzo Tortora, 17 giugno 1983

mercoledì 18 marzo 2009

Anch’io, del resto, a volte non ricordo dove ho messo le mie cose…

La Procura di Bologna
e i fascicoli spariti:
saltati 2.321 processi

Un normale mobile da ufficio a due ante, addossato ad un muro nella cancelleria della Procura di Bologna. A stupire è il contenuto, 2.321 fascicoli di indagine per i quali il Tribunale aveva fissato la data d'inizio del processo.
Ma invece di procedere con le citazioni a giudizio, ovvero le notifiche alle parti interessate, quei procedimenti sono stati messi sotto chiave.
Ad ingiallire fino al sopraggiungere, nella maggioranza dei casi, della morte naturale, ovvero la prescrizione.
Senza che nessun pubblico ministero sentisse la necessità di chiedere dove fosse andata a finire la sua inchiesta.
Il mobile della cancelleria rappresenta la difficoltà della magistratura a fronteggiare carichi di lavoro crescenti. Oppure, una certa incuria da parte dei titolari di quei procedimenti e dei loro superiori che non può essere spiegata soltanto con le carenze di personale amministrativo e di mezzi.
Dipende da come la si guarda. Come al solito, quando si tratta di giustizia.


Blitz

venerdì 13 marzo 2009

Come si suol dire, ci sono gli errori, gli errori clamorosi, e le statistiche giudiziarie.

Giustizia, in Italia arrestati ogni giorno cinque innocenti

Si chiamano tecnicamente "ordinanze di custodia cautelare". Si tratta di misure restrittive della libertà personale che vengono comminate dall'Autorità giudiziaria nella fase di un'indagine preliminare. Misure dirette all'indirizzo di soggetti accusati di aver commesso un determinato reato. Bene, stando ai dati ufficiali forniti dal ministero della Giustizia, pare che ogni giorno in Italia cinque di questi provvedimenti (che comportano l'arresto dell'indagato) finiscano per rivelarsi illegittimi.

Dal 2003 al 2007, le cause civili di risarcimento originate da queste "sbavature" del sistema giudiziario sono state 9.557. Ci riferiamo ai contenziosi arrivati a sentenza nelle Corti d'appello italiane. Una media, per l'appunto, di circa cinque persone ingiustamente arrestate ogni giorno.

Una riflessione a parte va fatta poi sui costi legati a tali errori: sempre nel periodo 2003-2007, lo Stato ha dovuto sborsare una cifra pari a 206 milioni di euro per risarcire quelle persone illegittimamente sottoposte a provvedimenti di custodia cautelare. Per un giorno trascorso ingiustamente in carcere è previsto un indennizzo di 235,83 euro. Nel caso degli arresti domiciliari, il risarcimento ammonta invece a 117,91 euro. Cifre del tutto simboliche, verrebbe da dire, che non bastano certamente a bilanciare il danno morale patito da chi finisce in manette per sbaglio. Uno sbaglio non suo, puntualizziamo…

Roberto Rizzuto per Italia Informazioni

giovedì 29 gennaio 2009

Davide Giacalone e "Il linciaggio della legge"

Giacalone è una penna acuta, e oggi scrive delle cose assolutamente condivisibili sul rapporto tra legge e costruzione dell'opinione pubblica.

IL LINCIAGGIO DELLA LEGGE

Soffiano sul fuoco, che li brucerà.
Ho il voltastomaco, a proposito di rumeni, violentatori e dintorni. Non tollero ipocriti e profittatori.
E’ stato arrestato, ad Avellino, un professore sessantenne, accusato d’allungare le mani sulle studentesse. C’erano numerose denunce, una ragazza ha subito intollerabili abusi, è ai domiciliari.
Ma il (presunto) maialone nostrano non fa notizia e non c’è nessun indignato parlante.
Scommetto: tornerà libero, non perderà il posto e sarà condannato, se lo sarà, quando non avrà l’età per scontare. Ma a nessuno frega niente.
I rumeni, invece, quelli sì che sono un piatto ghiotto.
Auguro loro che la sentenza li raggiunga prima della decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Accertare la loro colpevolezza spetta ad un tribunale, ma, a naso, direi che la galera se la sono meritata.
Aggiungo che sono favorevole all’introduzione del reato d’immigrazione clandestina, e se la Romania, comunitaria, ci spedisce troppi delinquenti si può anche spiegarle che i trattati vanno rivisti.
Ma le scene televisive del “dagli al rumeno” fanno schifo, anche perché la ressa era principalmente di cameraman e fotografi, alla ricerca di qualche italiota che testimoniasse la voglia di linciaggio.
Abbiamo una legge che proibisce di fotografare una persona in manette. La cosa non si risolve mettendo un pallino sulle manette, o tagliando la foto per farle sparire. La legge c’è, ma nessuno la fa rispettare e pare nessuno ne comprenda il significato.
Che rispetto merita un Paese che stampa le leggi sui rotoloni soffici, destinandole ad uso acconcio?

Ho letto che gli inquirenti sostengono di averli arrestati grazie alle intercettazioni telefoniche, che siano benedette e che nessuno ce le tolga. Ci hanno presi per scemi.
Cosa hanno intercettato, in un giorno?
In realtà, quelle canaglie hanno anche rubato il cellulare alla loro vittima, ed avendolo acceso la compagnia telefonica (come prevede la legge, per tutti i cellulari rubati) è stata in grado di dire esattamente dove si trovava il telefono. Il che, con il dibattito sulle intercettazioni, non c’entra un fico secco.Lo ripeto: attenti, politici e magistrati stanno allevando un mostro, con l’aiuto di un giornalismo che cerca lo strillo per farsi sentire, non di ragionare per avere qualche cosa da dire.


Io ho solo due osservazioni: la prima riguarda le intercettazioni telefoniche, il cui abuso è tanto palese da essere autoevidente.
La seconda è sui rischi: per Giacalone politici, giornalisti e magistrati stanno allevando un mostro, per me il mostro ha oramai i baffi, le spalle larghe e sta per partire militare di leva, da quanto è stato allevato bene.

lunedì 15 dicembre 2008

Inchiesta Del Turco: più in basso di così c'è solo da scavare

Appare oggi sul Corriere della Sera un articolo di Pierluigi Battista sul caso Del Turco (qui via Legno Storto).
La sintesi dell’articolo è semplice semplice: hanno arrestato Del Turco con fanfara e sirene, manco dovessero impedire a Osama Ibn Laden di prendere l’aereo per le Petronas Tower, sono andati avanti per mesi dicendo che le prove erano schiaccianti, che Del Turco era al vertice d’un sistema di corruttela eccetera… poi gli è toccato rilasciarlo, e adesso chiedono una proroga della durata delle indagini.

Giustamente Battista si chiede come mai prove cotanto schiaccianti richiedano una proroga delle indagini: forse le stesse si stanno estendendo fino a provare la responsabilità dell’ex governatore dell’Abruzzo nel terremoto del 1915?
A me sovvengono le parole di Scott Turow citate qualche post più sotto, con le quali Turow loda il procuratore federale dell’Illinois per la sua “volontà quasi ossessiva di fissare gli elementi probatori prima di avanzare le accuse”, e ricorda come tale procuratore “non è abituato ad utilizzare il sistema giudiziario per vanificare l´operato delle altre istituzioni democratiche”, esattamente il metodo abruzzese.
Per la seconda volta nel giro di quindici anni, il governo di una regione, espressione costituzionale della sovranità dei cittadini di quel luogo (“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”) è stato mandato a casa non da libere elezioni, ma dalle manette.
La prima volta la pubblica accusa ha raggranellato una ben magra figura.
La seconda, almeno finora, non sta andando meglio.

Il problema è la natura dell’accusa nel punto di vista dei suoi rappresentanti.
Appare evidente un’idea dell’accusa come il tamburo del revolver alla roulette russa, in cui il PM spera che prima o poi la pallottola si fermi in corrispondenza della canna della pistola, sicché compito del Procuratore è solo quello di far scattare il grilletto più e più volte, finché qualcosa accadrà.
E così si arresta sperando in confessioni, inchieste lampo richiedono proroghe, a ogni assoluzione segue un’impugnazione, in un vortice di inefficienza il cui unico risultato sono la sfiducia o il disprezzo da parte di quei Cittadini che invece dovrebbero poter considerare tutto l’ordine giudiziario il supremo tutore delle proprie libertà.
Avanti così, fatevi altro male, più in basso di così c'è solo da scavare.

giovedì 11 dicembre 2008

Tra Chicago e il metodo Travaglio la distanza è più d'un oceano

Questo è il problema del comprare gli articoli dei “bei nomi” del giornalismo mondiale dalle syndication: che, siccome li paghi in anticipo, poi ti tocca pubblicarli.
Oggi, il giornalaccio pubblicava un interessante articolo di Scott Turow, che mi sarei perso se non avessi la proficua abitudine di compulsare Dagospia.
Turow, columnist per il The New York Times, autore di legal thriller ed ex procuratore federale, appare basito dall’idea che un governatore cerchi di vendere il seggio al senato dell’Unione, ma questa è, per noi lettori d’oltre oceano, la parte meno importante.
Proprio come un Di Pietro o un Travaglio qualunque infatti, Turow si lancia in lodi del procuratore che ha arrestato l’ex governatore dell’Illinois, ma leggete il perché:

“L´elemento più preoccupante è che lo sfacciato comportamento di Blagojevich pone lo stimato procuratore Patrick Fitzgerald nella poco invidiabile posizione di dover portare un caso in tribunale prima del tempo. …
I procedimenti penali di alto profilo promossi da Fitzgerald - come quello contro I. Lewis Libby, l'ex capo del personale del Vice Presidente Dick Cheney, e quello contro George Ryan, il governatore che ha preceduto Blagojevich - sono stati preparati in modo metodico, con la volontà quasi ossessiva di fissare gli elementi probatori prima di avanzare le accuse.
Inoltre, la storia di Fitzgerald dimostra che non è abituato ad utilizzare il sistema giudiziario per vanificare l´operato delle altre istituzioni democratiche.
Così, malgrado un´indagine durata oltre cinque anni, l´incriminazione di Ryan fu sospesa fino a quando il governatore, nel 2003, lasciò l´incarico; Fitzgerald, inoltre, non si oppose alla richiesta della difesa di fissare il processo per falsa testimonianza e intralcio alla giustizia in cui Libby era imputato ad un momento successivo alle elezioni di metà mandato del 2006...
Durante la conferenza stampa di martedì scorso, Fitzgerald ha lasciato intendere che l'incriminazione di Blagojevich non era nei suoi piani fino alla prossima primavera…”


Ogni commento, ogni confronto con il rito processuale e giornalistico ahimè non più ambrosiano ma oramai italiano è a dir poco inutile…