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lunedì 15 febbraio 2016

Riflessioni sull’ombretto di Donald Trump…

8 yrs after electing the first black president,
America are now considering electing the first orange one.


Questa è una storia che viene da molto lontano, almeno dai tempi dell’improbabile tinta corvina di Ronald Reagan, se non da ancor prima.
Qui da noi tutto avveniva con molto pudore, con tinte che volevano stemperare il grigio, restando però “nell’alveo della virilità”.
Ci avrebbe pensato Silvio Berlusconi, ancora lui, ad abbattere ogni paravento e a vivere in assoluta trasparenza le sue tinte, i suoi lifting e i suoi trapianti.

Perché, che lo si voglia ammettere o no, il fattore “bellezza” è fondamentale anche in politica, non solo per rimorchiare il venerdì sera.
E, in politica, c’è pure una sorta di maledizione/contrappasso: se stai al naturale, ti dicono che sei troppo vecchio, che sei troppo spento, che sembri malaticcio… se cedi e ti comporti come un Carlo Conti qualunque, allora ti dileggiano perché ti trucchi…
Bisogna fare pace con la propria mente, e con l’oggi in cui si vive…

martedì 9 novembre 2010

Gianfranco Fini, visto da sinistra

Complice la consueta azione miope del quotidiano la Repubblica, sta passando nel paese una sorta di canonizzazione della figura politica di Gianfranco Fini, contrapposto nel ruolo dell’eroe buono a quel cattivone di Silvio Berlusconi.

Eppure meglio mille Berlusconi di un solo Fini. Berlusconi è quanto di più opposto possa essere immaginato rispetto ad una politica democratica, sogna di farsi dittatore, ma dittatore alla Lukaschenko, dittatore “amato” dalla gente. Insomma, sogna di prendere l’ottanta per cento alle elezioni e questo sogno è così patetico che lo manifesta con atti che sono anche tenera ingenuità: è chiaro che fare deputato o ministro una propria amante non è solo (ovviamente) un atto politicamente immorale, è anche il gesto di un insicuro, come il circondarsi dei vari Bondi e Bonaiuti, gente che al Capo sa solo dire sì. Che dire poi del ruolo di “zio capace” svolto da Gianni Letta?

In più Berlusconi è politicamente coerente: è un populista classico e da populista ha svolto tutta la sua azione politica, che può essere spiegata come l’ascesa di un parvenu ricchissimo e imprenditorialmente geniale che, complice la debolezza estrema della classe politica tradizionale in particolare di centrosinistra tutta introflessa a provare a salvaguardare stipendi e destini personalissimi, ha coperto uno spazio politicamente scoperto ottenendo (anche grazie all’uso disinvolto di mezzi di comunicazione di sua proprietà) un consenso mai visto nella storia della Repubblica italiana.

Gianfranco Fini chi è? Gianfranco Fini è un uomo che passa i primi quarant’anni della propria vita a esaltare il fascismo, a tenerne in vita la memoria celebrando ogni 28 ottobre la marcia su Roma, per poi convertirsi alla democrazia dopo aver fatto il candidato a sindaco di Roma nel 1993, non senza proclamare in quello stesso anno che “Mussolini è il più grande statista del secolo”, che i gay non dovrebbero insegnare, che da nazionalista convinto non poteva “mai e poi mai” stringere patti con la Lega. Nel 1994 una strana alleanza proprio con la Lega lo porta al governo e l’anno successivo con grande opportunismo rinuncia ai simboli fascisti, mette in soffitta il Movimento sociale italiano e fonda Alleanza nazionale.

E’ solo l’inizio di mille travestimenti e giravolte. Disprezzato dalla destra dura e pura che lo vede come un “traditore”, Fini prova a vestire diversi abiti finché non ne trova uno che gli stia comodo addosso, come quello cucitogli addosso oggi da la Repubblica, quello di “eroe buono” appunto. Ma in realtà il Fini di governo è quello che sta nella sala operativa nei giorni del G8 di Genova nel 2001, che nel 2002 promuove la inumana legge Bossi Fini sull’immigrazione, che vota silenziosamente tutte le leggi ad personam fino allo splendido 2007 che si chiude con la nascita del Pdl e Fini che dice: “Non c’è nessuna possibilità che An entri nel Pdl, siamo alle comiche finali”. Salvo accomodarsi docilmente sul predellino due mesi dopo, ottenere lo scranno di presidente della Camera e da lì fare i comodi propri, incurante della delicatezza del ruolo istituzionale che svolge.

Giafranco Fini è un opportunista molto pericoloso, interessato solo al potere e senza senso delle istituzioni, che per il potere può sacrificare qualsiasi ideale, perché non ne ha. E’ un politico pragmatico che sta peraltro prosciugando il bacino elettorale del Pd, complice l’imbarazzante inazione della segreteria Bersani verso la quale bisognerebbe organizzare una forte area di opposizione interna per provare a spiegare agli italiani che il Partito democratico non è morto e non si preoccupa solo di inciuciare per rimuovere Paolo Ruffini dalla Rai o per consentire a Berlusconi di difendersi “nel processo e dal processo” (Enrico Letta dixit).

I democratici italiani pagheranno a caro prezzo l’errore strategico colossale di esaltare il movimentismo di Fini per provare a mettere in difficoltà Berlusconi.

Da avversario, preferisco senza alcun dubbio Berlusconi a Fini. Meglio il populista dell’opportunista, meglio il conservatore del trasformista. Anche perchè il populista conservatore si può politicamente battere, l’opportunista trasformista può mettere la democrazia italiana politicamente knock out.

SONIA TRIGIANTE

venerdì 29 ottobre 2010

O Dunga o morte!

A me, tutte queste storie sulle prodezze sessuali del nonnino di Arcore (continuate così, eh? che in un Paese come questo sono 2-300.000 voti assicurati in più), ricordano una lontana barzelletta:

Due esploratori vengono catturati da una tribù di indigeni nell'Africa Nera e rinchiusi in una gabbia.

Dopo qualche ora arriva il capo tribù che dice “siccome avete violato il nostro territorio, la pena è la morte. Però avete una possibilità di salvezza: la prova del Dunga. Noi facciamo Dunga Dunga e, dopo, vi lasciamo liberi”.
I due esploratori si consultano tra loro. “Dunga Dunga?, con quei neri?, ma hai visto come ce l’hanno lungo?” e l’altro: “e l’onore?, io non intendo certo perdere l’onore!”, al che però il primo riflette: “certo, l’alternativa al Dunga è la morte”… sicché i due si rassegnano, e si fanno ripassare dalla tribù che si diverte a fare Dunga Dunga.


Doloranti, feriti nell’onore ma liberi, i due esploratori riprendono il cammino, quando vengono catturati da un’altra tribù.
Il nuovo capo tribù li accoglie dicendo “siccome avete violato il nostro territorio, la pena è la morte. Però avete una possibilità di salvezza: la prova del Dunga. Noi facciamo Dunga Dunga e, dopo, vi lasciamo liberi”.
I due esploratori, ancora doloranti, si guardano atterriti, chinano il capo e all’unisono dicono “Dunga”.

Ancor più doloranti, dimentichi dell’onore ma di nuovo liberi, i due esploratori riprendono il cammino.
Ed ecco che, mentre camminano, vengono catturati da un’altra tribù.
Il capo tribù arriva e inizia a dire: “siccome avete violato il nostro territorio, la pena è la morte. Però avete una possibilità di salvezza: la prova del Dunga. Noi facciamo Dunga Dunga e, dopo, vi lasciamo liberi”.
Gli esploratori si guardano e, stanchi smorti sbottano: “e basta, piuttosto la morte!”


Il capo tribù ammirato per il coraggio si rivolge agli esploratori e replica “avete scelto la morte, e morte avrete, ma prima… un po’ di Dunga!”

martedì 30 marzo 2010

L’ultima sconfitta di Silvio

Berlusconi è uomo incline alle manie di grandezza, e si starà crogiolando al pensiero del fatto che, andato alle elezioni con la solita coda di scandali, polemiche, senza liste e collezionando figure caprine per una forza che vuole “governare”, è riuscito, praticamente da solo, a sbaragliare ancora una volta l’ennesima gioiosa macchina da guerra.
Ma quando avrà finito di crogiolarsi, s’accorgerà, spero, del disastro.
Ancora una volta s’è provata la sua incapacità, la sua antipoliticità. È stata sì una grandiosa vittoria di Silvio Berlusconi, ma una sconfitta politica del centrodestra.
Dopo sedici anni, la maggioranza del Paese è ancora priva di una organizzazione politica affidabile, in mano ai “dilettanti allo sbaraglio” di Corrado, capaci di non riuscire a presentare liste inattaccabili in Lombardia (dove governano più o meno da sedici anni) e in Lazio (dove la macchina degli ex AN avrebbe dovuto essere efficientissima), di lasciare la Puglia a quell’imbonitore di Vendola, passato indenne da una stagione vergognosa, e di farsi sfuggire la Liguria, che in realtà poteva essere conquistata se solo i capataz locali (Scajola et al.) non fossero lo strazio che sono.
Certo, una volta che hai vinto lo scudetto non stai a ricordare che qualche partita l’hai vinta per autorete dell’avversario, ma che il Piemonte sia un gentile omaggio di Beppe Grillo è innegabile.
E, per inciso, la Lega dilaga per davvero, mentre a sinistra l’Italia dei Malori e le Cinque stelle hanno assieme un consenso imbarazzante per forze destabilizzanti e sostanzialmente fasciste, una bella prospettiva per il futuro e per le riforme.
Sopra a tutto, però, c’è il problema di un soggetto politico che ha ancora bisogno del padre, il quale ha 73 anni e difficilmente parteciperà ad altre elezioni (ce l’ha ora la maggioranza per farsi eleggere Presidente della Repubblica?).
Quindi complimenti, ma festeggiamenti pochi, perché i problemi sono solo all’inizio.

martedì 15 dicembre 2009

L'autore è un folle, ma il motivo è la politica

La prima domanda: è il gesto di un folle, una cosa che può capitare a chiunque e dovunque? Oppure è il frutto di un clima, di un'assuefazione alla violenza verbale e all'odio politico?

A me pare che la risposta l'abbia data lo stesso Massimo Tartaglia al procuratore Spataro: «L'ho colpito perché odio la sua politica». E cioè: il gesto è certamente folle, ed è stato compiuto probabilmente da un folle, che ieri ha mandato anche la regolare lettera di scuse. Ma la motivazione è politica. Non siamo in Taxi driver. Tartaglia conosce la politica di Berlusconi attraverso la rappresentazione che ne danno gli oppositori e i media, come tanti altri italiani. Non tutti quelli che la odiano lancerebbero in faccia al premier un corpo contundente, ma solo uno che la odia può farlo. Dal che discende una lezione: quando Napolitano e le poche persone sagge di questo paese invitano a non creare un clima d'odio nel conflitto politico, lo fanno proprio perché sanno che al mondo ci sono pure i folli. Dunque la spiegazione del pazzo isolato (vedi prima pagina dell'Unità di ieri) non esorcizza il problema che abbiamo davanti.

La seconda domanda: perché questo odio politico colpisce Berlusconi come forse mai nessuno prima nella storia della Repubblica? Secondo me Berlusconi è oggetto di odio, e non solo di normale avversione politica, perché la sua persona è stata messa davanti alla sua politica. C'è cioè una parte dei suoi oppositori che pensa che la ragione per cui lui vince sia lui medesimo, e non la sua politica. E dunque, se non ci fosse lui, non ci sarebbe neanche la sua politica, e i suoi oppositori andrebbero al governo. È la pericolosa «scorciatoia» cui faceva riferimento Napolitano ieri. Un po' quello che si pensava di Craxi durante Tangentopoli: fatto fuori lui... E invece, fatto fuori lui, arrivò Berlusconi.

La terza domanda: dove avviene il corto circuito tra legittima critica politica e istigazione all'odio? Avviene quando si porta alle estreme conseguenze questa personalizzazione. Se cioè, per liberarmi del governo Berlusconi, io sostengo, ammicco, lascio capire, da un pulpito politico o mediatico, che quel tizio lì è andato al potere con l'aiuto della mafia, con i soldi della mafia, e con il tritolo della mafia, francamente non si vede perché chi ci crede non debba prenderlo a pugni se se lo trova davanti. Insomma: se Berlusconi è il demonio che si è impadronito dell'Italia, tutto è consentito. Perfino la dottrina liberale prevede il tirannicidio. Forse non abbiamo valutato appieno, in queste settimane, che cosa vuol dire sentire in un'aula di tribunale un mafioso che dice di essere stato complice del presidente del Consiglio. Forse non l'hanno valutato appieno nemmeno i magistrati che in quell'aula ce l'hanno portato. È inutile dunque che la Trimurti che ha messo in piedi questo assioma, Di-Pietro-Santoro-Travaglio, faccia ora complicati distinguo tra la critica legittima e l'istigazione all'odio. È il contenuto della loro critica che non è politico, ma antropologico e infamante. Dunque è un'istigazione all'odio. Ieri Travaglio ha infatti scritto sul sito di Grillo una vera e propria apologia dell'odio: «Non vedo per quale motivo qualcuno non potrebbe odiarlo».

La quarta domanda: Berlusconi è corresponsabile di questa personalizzazione, e di conseguenza di questo clima di odio? Il premier è responsabile di molti mali della politica italiana, su questo non ci piove. Ma l'idea che possa essere lui la causa dell'aggressione di cui è stato vittima ricorda molto le tesi giustificazioniste di chi sosteneva che la causa del terrorismo era l'ingiustizia della società. La madre di questi cretini è sempre incinta, e ieri ci ha pensato Di Pietro a ricordarcelo. Non c'è mai l'attenuante della provocazione per chi ricorre alla violenza. E su questo deve stare molto attenta anche l'opposizione seria, quella del Pd per esempio. «Il senza se e senza ma» di Bersani deve stroncare ogni ambiguità. E la sua visita a Berlusconi in ospedale è un gesto di forte significato, che da solo ripara alla scivolata della Bindi.
Quello che considero l'errore vero di Berlusconi, da questo punto di vista, è piuttosto di avere troppe volte rotto la solidarietà delle istituzioni, litigando per esempio con il Capo dello Stato che pure non ha mai avuto nessuna voglia di litigare con lui. Perché questo indebolisce quella fiducia comune dei cittadini nei fondamenti della Repubblica che è anche il miglior antidoto per isolare i seminatori di odio ed estipare la violenza dal conflitto politico. Odio e violenza sono infatti troppo radicati nella politica italiana per poter sottovalutare il tema cruciale della difesa della democrazia e delle sue istituzioni rappresentative.

La quinta domanda: la crisi di Milano rafforza politicamente Berlusconi e indebolisce l'opposizione? Penso di sì. Insomma, domenica mattina l'opposizione sembrava più ampia e più forte che mai prima nella storia di questa legislatura. Un moderato come Casini proponeva fronti nazionali per fermare il Cavaliere, in cui accettava e sdoganava perfino Di Pietro, Bersani trovava finalmente una prospettiva di alternativa su cui lavorare, e Fini contemplava da lontano ma con interesse un futuro senza Berlusconi. L'atto di Tartaglia ha distrutto in pochi secondi mesi di lavorìo politico. Intanto ha reso Di Pietro inservibile per ogni politica di unità nazionale presente o futura. Ha messo in imbarazzo Casini e Bersani. E ha fatto accorrere Fini al capezzale del suo arci-nemico.

Ci sarebbe da riflettere per chi sostiene che l'opposizione deve fare a cazzotti per vincere. Ma i seminatori d'odio non hanno alcun reale interesse a un'alternativa di governo. In realtà, loro prosperano con Berlusconi al governo. E di questo passo è molto probabile che prospereranno a lungo.

Antonio Polito

lunedì 14 dicembre 2009

Tra la Alfano e la D’Addario: quando le mignotte fanno una figura migliore


A sinistra un non famosissimo deputato della Repubblica, che oggi ha dichiarato: “non ci penso proprio a dare la mia solidarietà a Berlusconi… da subito non ho dato solidarietà al premier per l'attacco subito e non gliela darò mai...”
A destra una celebre mignotta, che oggi ha dichiarato: “...esprimo solidarietà al premier Silvio Berlusconi...”
Tra le due, una sola oggi ha mostrato un senso della politica degno di Nilde Iotti, e non è l’eurodeputata dell’Italia dei Valori.

Violenza in piazza del Duomo: le parole di un berlusconiano D.O.C.

Hanno colpito Berlusconi. L'immagine del volto del Premier trasformato in una maschera di sangue raggiunge tutti noi con la sua carica di violenza. Con la follia che trasforma un uomo in simbolo da abbattere ad ogni costo e con ogni mezzo, e la persona che diventa un bersaglio fisico. Il film drammatico di piazza Duomo farà il giro del mondo, testimoniando il degrado dello scontro politico in Italia. Ma per una volta, non è questo che conta. Conta l'effetto su ognuno di noi, sul Paese, sul sistema politico.

Amici e avversari, sostenitori e oppositori oggi devono essere solidali con il premier - come siamo noi - e senza alcun distinguo, nel momento in cui è un uomo colpito dalla violenza. E devono fare muro contro l'insania di questo gesto, prima di tutto perché è gravissimo in sé e poi perché può incubare una stagione tragica che abbiamo già sperimentato, negli anni peggiori della nostra vita.

Solo così la politica (che la violenza vuole ammutolire) può salvarsi, ritrovando il suo spazio e la sua autonomia, nella quale è compreso il confronto durissimo tra maggioranza e opposizione e anche lo scontro di opinioni, programmi e strategie. Ma distinguendo, sempre, tra le critiche e l'odio, tra il contrasto d'idee e la violenza, tra le funzioni e le persone.
Anche se il gesto di piazza Duomo è fortunatamente isolato e frutto di follia, in gioco c'è niente meno che la libertà. La libertà di Berlusconi di dispiegare le sue politiche e le sue idee coincide con la nostra stessa libertà di criticarlo. Questo spazio di libertà si chiama democrazia: difendiamola.

Ezio Mauro, direttore di "la Repubblica"

Analisi superficiale? meglio: nessuna nuova analisi, solo un reprint.

Mi si accusa di superficialità. Può essere.
Però sono anni che ripeto le stesse cose, sulle radiose giornate di mani pulite presupposto indefettibile della scomparsa dei partiti democratici della prima Repubblica e della necessità di un nuovo blocco moderato cui ha dato risposta Silvio Berlusconi, sulla legittimazione politica di questo, sulla sistematica e pericolosa illusione di liberarsene come fatto con i partiti della prima Repubblica, ossia al di fuori del confronto elettorale.
Evidentemente non sono letto con attenzione, oppure la mia illusione di scrivere in un buon italiano è, appunto, un’illusione.
Conosco benissimo “su che humus si è sviluppato il berlusconismo”: la risposta dei moderati a un colpo di Stato.
Dal mattino alla sera milioni di italiani si sono trovati di fronte alla prospettiva di essere governati da gente che, per buona ragione, ha sempre rappresentato una minoranza di questo Paese, e hanno scelto di conseguenza.
Dopo di che Silvio Berlusconi è diventato il “cavaliere nero” il 24 novembre 1993, e, da lì in poi, la cosa più gentile che s’è detta di lui è stata che fosse un mafioso.
Berlusconi non aveva fatto in tempo a scendere in politica, che già si diffondeva la notizia secondo cui i PM sequestravano le liste degli aderenti a Forza Italia, con l’evidente scopo di terrorizzare cittadini inermi, che si affacciavano sicuramente ingenui ma legittimamente alla politica.
Diversi anni fa, Tiziana Maiolo usava questa metafora: “Silvio Berlusconi mi ricorda quella ragazza che viene violentata dal fidanzato. Il quale poi le spiega che non la sposa perché non è più vergine. Prima lo hanno aggredito come mai (neppure ad Andreotti, che comunque ha potuto governare qualche decennio) è capitato a un leader nel nostro paese. Poi, mentre ancora i pugni atterrano sul suo naso, gli dicono che non è più integro e che deve farsi da parte, che non deve alzare la voce.”

Altro che “Berlusconi, che ha approfittato della situazione, alimentando lo scontro frontale tra gli schieramenti”.
Il caso ha voluto che Berlusconi avesse i mezzi per difendersi, e che sia stato scelto proprio per questo, diversamente assieme a lui a soccombere si sarebbero trovati i suoi elettori.
Nella furia di negare legittimità all’avversario, gli è contestato persino il diritto di scegliere il nome del proprio partito scrivendo che “ha volutamente usato il gergo calcistico per parlare del suo ingresso in politica”. E qui secondo il mio modesto avviso, e la mia esperienza sta la cartina al tornasole del criterio usato.
“Forza Italia” era un partito moderato d’ispirazione borghese il cui messaggio era appunto la chiamata all’azione ai cittadini che volevano difendere “un certo tipo” di idea di Paese, occidentale, “in qualche modo liberale” (ho già scritto molte volte su ciò che penso del significato del termine per SB), non ideologicamente orientato, idoneo a riunire sotto lo stesso tricolore milioni di elettori provenienti dalle esperienze più diverse.
Se avessi dovuto immaginarmi io il nome d’un nuovo partito, avrei fatto, come molti altri in quel periodo, la solita operazione di recupero di “luoghi comuni” della nomenclatura delle organizzazioni politiche: “partito dell’unione dell’alleanza riformatrice democratica liberalsocialista eccetera italiano”. Non è un caso che io sia io, e SB sia SB: lui ha dato a un progetto nuovo un nome nuovo, “Forza Italia”, in questo dimostrando ancora una volta la sua capacità di essere un comunicatore a tutto tondo. Il nome e la strategia di comunicazione erano coerenti con le premesse, e, per me, più che legittime, che poi a qualcuno dia fastidio il fatto che il prossimo sia capace di idee più brillanti delle proprie, lascia il tempo che trova.
Nella furia di negarne l’umanità, oggi assistiamo allo spettacolo di chi non esita a dire che in fondo l’aggressione se l’è cercata, come una ragazza che è giusto stuprare perché indossa la minigonna un po’ mignotta, come se non dovessimo invece tutti affermare che l’arena della politica e delle idee non dovrebbe consentire il ricorso alla violenza, come se il passaggio dalla polemica allo scontro fisico non ci avesse già regalato un passato abbastanza pesante.

Dopo sedici anni dispero, ma continuo con questo appello al buon senso, alla resa di fronte all’evidenza: così come c’era un solo modo virtuoso per liberarsi di Craxi e di Forlani, c’è un solo modo virtuoso per liberarsi di Silvio Berlusconi, attendere che gli italiani cambino idea come già hanno fatto alcune volte in questi sedici anni, e che lo facciano nel confronto trasparente tra opzioni politiche credibilmente alternative (e l’accozzaglia dall’UDC a Rifondazione non lo sarebbe).
Ogni scorciatoia, giudiziaria, elitaria o di piazza, ripeterà il dramma del ‘92, generando una nuova interminabile transizione.

domenica 13 dicembre 2009

Tanto tuonò che piovve

Adesso giocheranno tutti a ridimensionare, scopriremo che si tratta d’un tifoso deluso dalla vendita di Kakà o d’uno squilibrato, ma i fatti sono lì.

Ancora una volta la reductio ad bestiam (quella che Ferrara chiamava un tempo character assassination) operata su Silvio Berlusconi ha funzionato.

Nel migliore stile nazista hanno trasformato l’avversario nel “male”, l’hanno fatto dal giorno dopo quello in cui espresse la legittima opinione sulla candidatura di Gianfranco Fini a sindaco di Roma, continuano a farlo ogni giorno da sedici anni.
Ancora una volta è andata bene: un cavalletto o un souvenir non sono una pallottola.
Ancora una volta non servirà a nulla, anzi gli sproloqui cresceranno solo, e gli evocatori del tirannicidio continueranno a dare fiato alla loro follia.

lunedì 25 maggio 2009

dalla parte di Noemi

Non ne ho parlato finora, non ne avrei proprio parlato, perché la vita privata del mio prossimo non mi interessa mai: ho la mia e mi basta.

Ma, oramai, la misura è veramente colma.
Da settimane “la parte migliore” della nostra società perde il suo tempo intorno al glande di un settantaduenne, per chiedersi (ché di questo si tratta) se s’è deliziato delle grazie di una signorina.

Mai avevo assistito a uno spettacolo sì riprovevole, fino all’ultimo illudendomi che saremmo stati all’altezza della lunga e gloriosa storia di sano buon senso di cui questa mia Patria era imbevuta.
E invece i rappresentanti dell’Italia laica e moderna passano da settimane le loro giornate a inzuppare il biscotto nelle grazie di una ragazzina, come dei bavosi maiali.

Lo schifo è tale, che questa mattina mi sono trovato pure a dover essere d’accordo con l’ex direttore di Studio Aperto! Sì, questa mattina Mario Giordano ci ricordava una cosa: che in questa ordalia, dalla quale Silvio Berlusconi uscirà comunque vincitore, la vittima predestinata è una ragazzina di appena 18 anni:
“…pazienza se nel fare questo si fa a pezzi una diciottenne, la cui vita da giorni viene sottoposta a un trattamento vergognoso. Danni collaterali della battaglia gossipara: ci sono stati inviati della Rai, pagati con i soldi pubblici, che hanno passato le loro giornate a cercare di scavare nel passato della ragazza. Sono stati messi in piazza i suoi affetti, i suoi soprannomi, le sue lettere all’ex fidanzato, che ha raccontato di lei persino quante volte dormivano insieme. E la privacy? Evidentemente vale solo per qualcuno. Non per Noemi. Noemi si può massacrare, si può mettere alla berlina, si può infangare. Sinceramente mi chiedo come faccia a resistere. E poi mi chiedo perché nessuno s’indigni. Forse perché è nata a Casoria? Ma sì, in fondo quel rione popolare nei quartieri snob non piace nemmeno un po’. Nella redazione di Repubblica, figurarsi...”

Hanno preso una ragazzina, un po’ stupida, innocente e perversa come milioni di altre sue coetanee, e ne hanno fatto una puttanella, additandola al pubblico ludibrio, sottintendendo che si fosse intrattenuta in chissà quali mercati con il turpe vecchio. Perché loro sono “superiori” e possono fare qualunque cosa in nome della loro privatissima etica.
Poco importa che tale etica sia solo loro, che nulla c’entri con la conduzione di uno stato, che sia più affine alla cultura dell’Afghanistan talebano o dell’Iran nazi-islamista di Ahmadinejad che non a quella europea e occidentale cui solgono richiamarsi.

Quanto a tutti quelli che si impastano la bocca con la "questione morale" e magari pensano a Bill Clinton, forse vale la pena di una rinfrescatina:

  1. in nessuna parte del mondo occidentale è mai stata messa in discussione la vita privata dei politici, salvo che quando questa minacciava la sicurezza nazionale (scandalo Profumo, GB) o si incrociava con illeciti.
  2. Bill Clinton è finito nei guai non per un rapporto orale, ma perché ha mentito - da testimone - sui suoi rapporti con la signorina Lewinsky rispondendo a un giudice federale (!) che indagava su altro, una cosa che sarebbe stata reato pure in Italia.
  3. se anche ci fosse qualcosa di poco elegante tra Silvio Berlusconi e la signorina Letizia,in Italia l'età del consenso è fissata a 16 anni: nessuno dei due ha il dovere di dire alcunché, nonostante ogni opinione difforme della stessa signora Bonino, che un tempo difendeva i diritti delle persone, e oggi attizza i roghi degli immorali dalla Annunziata.

Franceschini c’è da capirlo, è affetto dalle pruderie dei cattolici, è stato contagiato dall’odio degli ex comunisti per chi non va in giro con la loro faccia da funerale e, infine, è solo e abbandonato in mezzo al gelido mare della politica mentre vede il proprio naviglio affondare: non puoi chiedere a un naufrago altra reazione che quella di scalciare con violenza nel tentativo di trovare un tronco cui aggrapparsi.

Ma gli altri? dov’è l’Italia moderna che ghignava ai tempi di Bill Clinton? dov’è l’Italia laica che pretende che la morale privata non s’incroci con la vita pubblica? dov’è l’Italia superiore che leggeva Kant e Popper, s’abbeverava alla cultura nazionale ed europea e che ora sembra essersi abbonata a “Cronaca Vera”?