mercoledì 26 gennaio 2011

Come riparare un monitor Samsung che va in annuncio “non optimum mode”

Questo monitor mi infastidiva oramai da troppo tempo.
All’improvviso l’immagine spariva per essere sostituita da un insuperabile annuncio “non optimum mode, recommended mode 1280x1024 60hz”, e da lì non schiodava più.
Potevi spegnere e riaccendere il PC quanto volevi, ma non cambiava nulla.
All’inizio, a dire il vero, il fenomeno era abbastanza casuale: bastava aspettare un po’, smanettare con windows, e tutto tornava a posto, tanto da convincermi che il problema fosse il sistema operativo oppure la scheda video.
Ma alla fine era diventato un incubo che si ripeteva in maniera ossessiva.
E il peggio era che il monitor non era mica mio, ma d’una amica che distingue a malapena un computer da un tostapane, e che ogni volta scoppiava in lacrimevoli appelli.
Insomma, un dramma senza fine.
Preso da disperazione, ho portato persino il PC ai ragazzi della mia Information Technology, per i quali però il cornuto era sano come un pesce.
Allora, solo allora, mi sono arreso: il fetente era proprio il monitor, animato da una volontà malvagia che aveva deciso di rovinare i miei giorni.
Così ho portato il mio monitor all’amica (tanto uso un portatile) e scaraventato il suo in cantina, in attesa di conferirlo alla ricicleria per essere fatto a pezzettini così da recuperare plastiche e metalli.
Poi l’illuminazione, mi sono messo a dare un’occhiata su Google e ho fatto la scoperta: questo problema, il monitor che impazzisce e va in “non optimum mode” sembra essere una caratteristica di un’intera generazione di monitor Samsung: le famiglie 7xx e9xx di alcuni anni fa.  
Per motivi ignoti, col passare del tempo c’è qualcosa che si degrada nella componentistica, e probabilmente ciò si unisce a una progettazione non molto accurata, giacché secondo alcuni articoli trovati su internet il segnale sui pin di un microprocessore sembra avere un voltaggio ben inferiore ai 5 volt nominali dell’elettronica digitale.

Ed ecco la soluzione: anziché far fare un volo al monitor nel container dell’AMSA per i rifiuti elettronici, sembrava sufficiente saldare tra i pin 5 e 6 del microprocessore incriminato (Novatek NT68F63LG) una insignificante resistenza da 47-50 ohm, 1/4 o 1/2 watt.
Sembrava troppo semplice, ma in cantina, oltre al fetentissimo monitor, avevo anche un po’ di vecchi saldatori, di quelli che usavo quando giovincello mi dilettavo di elettronica.  Certo, le loro punte non erano esattamente così sottili quanto le piedinature dei moderni circuiti integrati richiederebbero, ma ricordavo che lo stagno ha la tendenza a “fare la goccia” senza allargarsi troppo, così ho deciso di provare.
Come per tutti i prodotti montati da macchine, lo smontaggio è stata forse la parte più difficile, tra viti e incastri, dopo di che la mother board era esattamente come le foto su internet mostravano.
Ho preso la mia bella resistenza (10 centesimi di euro nel negozio di componenti elettronici), ho accorciato un poco i suoi reofori e poi con l’aiuto di una mano che teneva la bestiolina (che sennò col cavolo che riesci a saldarla), sono andato giù di stagno e saldatore.
Il risultato è questo:


Oggettivamente, come saldatura fa davvero schifo, del resto saranno 25 anni che non prendevo in mano un saldatore, in compenso sono oramai un paio di settimane che il monitor va ininterrottamente per più e più ore senza lamentarsi.
In definitiva, con dieci centesimi e un po’ di stagno ho evitato di creare un rifiuto elettronico e fatto risparmiare alla mia amica almeno un centinaio di euro per un monitor nuovo.
Ingredienti necessari:
  • 1 monitor samsung 710 oppure 713 oppure 913
  • 1 cacciavite a stella
  • 1 resistenza da 47 ohm (quelle da 50 ohm sembra non si trovino)
  • 1 saldatore 40 watt
  • 1 pezzo di stagno per elettronica.
Se poi volete guardare nel vecchio cassetto delle cianfrusaglie elettroniche, le resistenze da 47 e 50 Ohm sono fatte così:


Questi sono gli articoli (in inglese e spagnolo) ai quali devo la salvezza del monitor;

lunedì 24 gennaio 2011

Vent'anni fa, l'unico errore è stato non andare fino in fondo.

Sono passati vent’anni.
Oggi come allora sono convinto che l’unico errore di quella guerra sia stato non proseguirla, non portare i carri armati fino nel cuore di Baghdad: l’Irak si sarebbe risparmiato dodici anni di torture, il terrore sarebbe stato sconfitto quando ancora era possibile, il mondo avrebbe evitato tante tragedie; purtroppo nel 1991 la lezione della seconda guerra  mondiale era oramai troppo lontana, e qualcuno s’illuse che fosse possibile convivere con una dittatura, che non fosse necessario combattere fino in fondo, fino a piantare la nostra bandiera sul Reichstag.

martedì 9 novembre 2010

Cina e diritti umani: un giorno malediremo la nostra "realpolitik"

«La Cina è un luogo dove non esiste libertà di espressione, dove l´accesso alle informazioni è limitato dalla censura, dove non si svolgono elezioni e dove la giustizia dipende dalla violenza del potere. Il mondo deve capire cosa significa trasformare un luogo simile nella prima potenza del pianeta».
L´archistar dissidente Ai Weiwei, liberato ieri notte dopo tre giorni ai domiciliari, non rinuncia ad attaccare le autorità cinesi. Accusa però la comunità internazionale, dopo la crisi economica del 2008, di aver «rinunciato a richiamare Pechino al rispetto dei valori fondamentali per paura di perdere qualche affare».
Perché le viene consentito di avanzare critiche che la Cina giudica illegali?
«Perché Internet è un´arma più potente del regime. Ormai tutti sanno tutto, anche in Cina, e questa forza causerà il crollo della dittatura. E´ la ragione per cui tutti i leader del mondo devono porre a Pechino il problema della violazione dei diritti umani».
Le pare che l´impegno internazionale sia venuto meno?
«L´atteggiamento globale fa pietà. Arrivano in Cina capi di Stato e di governo e nessuno osa pronunciare in pubblico le parole "diritti umani". Come possono essere così miopi? I grandi leader, dopo il Nobel per la pace, non si arrischiano nemmeno a dire il nome Liu Xiaobo. I figli dell´Occidente malediranno questo errore».
Pensa che il regime cinese sia colpa dell´Occidente?
«No, ma Usa ed Europa sono responsabili della sua durata e della sua crescita. Governo e società cinesi non sono efficienti come si dice. Istruzione, ambiente e diritti dei lavoratori sono sacrificati da un sistema inumano. Si arricchiscono i funzionari del partito e i loro amici-schiavi. Non durerà a lungo e l´Occidente sarà il primo a pagare il crollo di questa Cina».
Venerdì l´hanno arrestata, ma la sua festa-denuncia si è svolta lo stesso: perché?
«Domenica volevo festeggiare la demolizione forzata del mio atelier di Shanghai, celebrare la vendetta del potere con gli amici. La polizia ha preso me, ma non è riuscita a imprigionare altri seicento individui liberi. Temevo per la loro incolumità, li ho invitati a stare a casa. Invece hanno sentito la "festa dei granchi" come una responsabilità. Per il governo è stato uno shock, è stato molto commovente».
Le sembra possibile che la Cina scelga le riforme?
«Non che le scelga, ma che il cambiamento ci travolga. E´ già in atto, davanti a noi, e cambiare è l´unica possibilità per evitare un bagno di sangue».
Grazie alla sua fama, lei è sempre stato libero: perché ha scelto lo scontro?
«L´umanità ormai è globale. Se i diritti fondamentali vengono cancellati dal denaro e la democrazia cede alla dittatura, presto nessuno sarà più libero. La Cina è lo specchio che riflette il futuro del mondo, non vederlo sarà una tragedia per tutti».
Non teme il carcere?
«Non ho alternative. Potrei solo lasciare la Cina, ma la mia terra è qui. Però se tutto il mondo alza la voce, mi sento più tranquillo».
Andrà a Oslo, il 1º dicembre, per ritirare il Nobel per la pace di Liu Xiaobo?
«Sarebbe un onore, ma temo che se raggiungessi l´Europa, il governo cinese non mi lascerebbe più tornare in patria. Spero però che migliaia di persone, di tutto il mondo, si presentino a Oslo con una maglietta con la scritta "Io sono Liu Xiaobo". Pechino non potrà più fare finta di nulla, se la società civilizzata smetterà di considerare la Cina una nazione civile».

Gianfranco Fini, visto da sinistra

Complice la consueta azione miope del quotidiano la Repubblica, sta passando nel paese una sorta di canonizzazione della figura politica di Gianfranco Fini, contrapposto nel ruolo dell’eroe buono a quel cattivone di Silvio Berlusconi.

Eppure meglio mille Berlusconi di un solo Fini. Berlusconi è quanto di più opposto possa essere immaginato rispetto ad una politica democratica, sogna di farsi dittatore, ma dittatore alla Lukaschenko, dittatore “amato” dalla gente. Insomma, sogna di prendere l’ottanta per cento alle elezioni e questo sogno è così patetico che lo manifesta con atti che sono anche tenera ingenuità: è chiaro che fare deputato o ministro una propria amante non è solo (ovviamente) un atto politicamente immorale, è anche il gesto di un insicuro, come il circondarsi dei vari Bondi e Bonaiuti, gente che al Capo sa solo dire sì. Che dire poi del ruolo di “zio capace” svolto da Gianni Letta?

In più Berlusconi è politicamente coerente: è un populista classico e da populista ha svolto tutta la sua azione politica, che può essere spiegata come l’ascesa di un parvenu ricchissimo e imprenditorialmente geniale che, complice la debolezza estrema della classe politica tradizionale in particolare di centrosinistra tutta introflessa a provare a salvaguardare stipendi e destini personalissimi, ha coperto uno spazio politicamente scoperto ottenendo (anche grazie all’uso disinvolto di mezzi di comunicazione di sua proprietà) un consenso mai visto nella storia della Repubblica italiana.

Gianfranco Fini chi è? Gianfranco Fini è un uomo che passa i primi quarant’anni della propria vita a esaltare il fascismo, a tenerne in vita la memoria celebrando ogni 28 ottobre la marcia su Roma, per poi convertirsi alla democrazia dopo aver fatto il candidato a sindaco di Roma nel 1993, non senza proclamare in quello stesso anno che “Mussolini è il più grande statista del secolo”, che i gay non dovrebbero insegnare, che da nazionalista convinto non poteva “mai e poi mai” stringere patti con la Lega. Nel 1994 una strana alleanza proprio con la Lega lo porta al governo e l’anno successivo con grande opportunismo rinuncia ai simboli fascisti, mette in soffitta il Movimento sociale italiano e fonda Alleanza nazionale.

E’ solo l’inizio di mille travestimenti e giravolte. Disprezzato dalla destra dura e pura che lo vede come un “traditore”, Fini prova a vestire diversi abiti finché non ne trova uno che gli stia comodo addosso, come quello cucitogli addosso oggi da la Repubblica, quello di “eroe buono” appunto. Ma in realtà il Fini di governo è quello che sta nella sala operativa nei giorni del G8 di Genova nel 2001, che nel 2002 promuove la inumana legge Bossi Fini sull’immigrazione, che vota silenziosamente tutte le leggi ad personam fino allo splendido 2007 che si chiude con la nascita del Pdl e Fini che dice: “Non c’è nessuna possibilità che An entri nel Pdl, siamo alle comiche finali”. Salvo accomodarsi docilmente sul predellino due mesi dopo, ottenere lo scranno di presidente della Camera e da lì fare i comodi propri, incurante della delicatezza del ruolo istituzionale che svolge.

Giafranco Fini è un opportunista molto pericoloso, interessato solo al potere e senza senso delle istituzioni, che per il potere può sacrificare qualsiasi ideale, perché non ne ha. E’ un politico pragmatico che sta peraltro prosciugando il bacino elettorale del Pd, complice l’imbarazzante inazione della segreteria Bersani verso la quale bisognerebbe organizzare una forte area di opposizione interna per provare a spiegare agli italiani che il Partito democratico non è morto e non si preoccupa solo di inciuciare per rimuovere Paolo Ruffini dalla Rai o per consentire a Berlusconi di difendersi “nel processo e dal processo” (Enrico Letta dixit).

I democratici italiani pagheranno a caro prezzo l’errore strategico colossale di esaltare il movimentismo di Fini per provare a mettere in difficoltà Berlusconi.

Da avversario, preferisco senza alcun dubbio Berlusconi a Fini. Meglio il populista dell’opportunista, meglio il conservatore del trasformista. Anche perchè il populista conservatore si può politicamente battere, l’opportunista trasformista può mettere la democrazia italiana politicamente knock out.

SONIA TRIGIANTE