mercoledì 22 giugno 2016
BREXIT, NON sono europeista.
Non mi commuove l’inno alla gioia e penso che il Parlamento Europeo con le sue due inutili sedi e i suoi faldoni itineranti sia un covo di parassiti nel quale non a caso i nostri politici si trovano bene.
Detto questo, la possibilità di circolare liberamente per persone, merci e servizi, l’avere un minimo di regole comuni (un minimo, direi già raggiunto), avere una moneta unica, sapere di essere “a casa mia” dall’Atlantico agli Urali, da Lampedusa al Mare del Nord, sapere che il passaporto con le dodici stelle è un simbolo di libertà civili ineguagliate è qualcosa che apprezzo.
In più, sì, non dimentico che l’Europa unita è nata per evitare una terza strage che sarebbe stata devastante per tutto il pianeta.
Grazie alle intuizioni di Jean Monnet e di Robert Schuman, i paesi d’Europa hanno messo in comune il combustibile delle nostre divisioni (il carbone e l’acciaio) e, partendo da lì, hanno gettato le basi di una benessere economico e civile che dovremmo sentire con ogni poro della nostra pelle.
Domani in Gran Bretagna si vota al referendum sulla Brexit, spero che gli amici britannici decidano di restare.
martedì 29 marzo 2016
Il vento di Danimarca, le bollette della luce e l’immobilismo del nostro Paese
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| Le turbine eoliche lungo la riva del Bønnerup Strand, Danimarca. Foto di Dirk Goldhahn, CC BY-SA 2.5 https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1013763 |
In realtà, a leggere bene, non tutto è oro ciò che riluce, e questo “spettacolare” risultato è ottenuto con la bolletta elettrica più costosa d’Europa ed è un risultato non costante, quindi con il solito problema di decidere che si fa quando cala il vento o quando ce n’è troppo e non sai come smaltire la corrente in eccesso.
Una cosa però è chiara: non è un caso che l’articolo non parli dell’Italia.
Altro che referendum sulle trivelle: in questo sciagurato Paese è un Vietnam per tutti: si tratti pure di pale eoliche, dighe, impianti geotermici o altro, per il partito del “verde non fare” il luogo dove installare è sempre un altro, le tecnologie sono sempre quelle sbagliate, c’è sempre qualcosa di meglio, c’è sempre una buona ragione per fermare tutto. Tanto l’elettricità la compriamo dalle centrali nucleari francesi (che io costruirei in Italia) o la produciamo bruciando il petrolio dei tagliagole: è così verde non prendersi mai nessuna responsabilità.
lunedì 18 maggio 2009
Referendum elettorale: la posizione del Gabibbo
Stavo rispondendo ad Angelo sul post precedente, poi mi sono lasciato prendere la mano e la risposta è diventata un po’ troppo lunga, sicché la trasformo in post.
Credo che il 21 giugno andrò al mare.
Oppure in montagna. Oppure (ipotesi migliore) a farmi fottere, che è sempre un bell’andare.
Ma al seggio non mi vedono neppure dipinto.
Del referendum elettorale non me ne può importare di meno.
Tanto, comunque vada, il risultato non sarà coerente con le mie attese.
Io, nell’impossibilità di avere due partiti autenticamente liberali che si confrontano per il governo del Paese, sono proporzionalista, convinto però che il sistema debba prevedere dei vincoli che garantiscano la governabilità.
Dal mio punto di vista sarebbe bastato il sistema elettoral/costituzionale tedesco, con proporzionale e sfiducia costruttiva, per garantire rappresentanza e governabilità.
La storia ha voluto diversamente e, sul vento delle radiose giornate di mani pulite, i miei concittadini hanno votato decisi referendum e forze che miravano almeno a parole a un sistema maggioritario più o meno anglosassone.
Ci hanno rotto la minchia col sistema inglese, quello americano e quello neozelandese.
Hanno pianto per quindici anni sul fatto che gli italiani s’erano espressi per il maggioritario coi referendum.
Ora è giunto il redde rationem.
Dal 22 giugno non si potrà tornare indietro: o il porcellum o un premio di maggioranza così pesante al primo partito da introdurre un bel maggioritario all’inglese che spazzerà via anche il ricordo del passato.
Questo consegnerà il Paese a Berlusconi?
I principi devono essere validi in sé, mica per chi potrà godere della loro applicazione.
Se si crede nel maggioritario ci si crede sempre, anche se a vincere saranno i tuoi oppositori.
Ma questo i sinistri non lo capiranno mai.
Comunque, la cosa “divertente” è che Mariotto Segni, Di Pietro, il PD e gli altri promotori ancora una volta si sono sparati nei coglioni da soli:
- se al referendum passano i sì, Berlusconi fa saltare la legislatura e si fa incoronare Imperatore;
- se al referendum passano i no, Berlusconi potrà tenersi la legge elettorale che gli ha dato questa maggioranza, e continuare a governare tranquillo;
- se il referendum infine non raggiunge il quorum (e la data del 21 giugno è stata messa per questo), Berlusconi avrà buon gioco ancora una volta a dire che gli italiani apprezzano il porcellum.
Insomma, comunque vada, questa legge elettorale non cambierà, se non in modo ancor più maggioritario.
In fondo, detto da un proporzionalista, è anche giusto: “avete voluto il maggioritario coi referendum? bene, tenetevelo”.
La morale: io non vedrò più un partito che mi rappresenti per davvero in Parlamento, ma almeno cancelleremo dalla storia di questo Paese comunisti, fascisti, verdi, pensionati, autonomisti, magari pure i leghisti, e tutto il resto del ciarpame (questo sì) parolaio e scaldapoltrone che lo affligge. Amen.
venerdì 15 maggio 2009
La democrazia è morta, e io non so che abito indossare al suo funerale
Mancano solo cinque settimane e due giorni al funerale.
Quale funerale?
Quello della democrazia.
La cui morte, secondo Antonio Di Pietro, avverrà immancabilmente il 21 giugno, data del referendum.
Purtroppo la malcapitata non ha scampo.
Di Pietro, che è stato in prima linea per la raccolta delle firme, il 30 aprile invocava la vittoria del Sì «perché questa legge porcata venga cambiata».
Se non passa il Sì al referendum, spiegava il 2 maggio, «la democrazia è già morta».
Poi, improvvisamente, dopo 11 giorni ci ha rivelato che anche la vittoria del Sì - fino al giorno prima unica fonte di salvezza - «finirebbe per uccidere la democrazia».
La diagnosi, dunque, è terribile.
Se il referendum non passa, la democrazia muore.
Se il referendum passa, muore lo stesso.
Cosa possiamo fare?
Prepariamo l´abito scuro.

