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martedì 18 agosto 2009

La bolletta, mandiamola a Pecoraio Scanio

Kyoto e l'effetto serra:
un'eco-bolletta da 840 milioni

Cinquecentocinquanta milioni di euro, solo per il 2009, che potrebbero diventare 840 entro il 2012. È il conto, salato, che l'Italia rischia di pagare se vuole rispettare il tetto imposto alle emissioni di CO2 (anidride carbonica), gas ritenuto responsabile dell'effetto serra e del riscaldamento globale. Un costo per il paese, in difficoltà sui target, frutto di una negoziazione condotta un anno e mezzo fa a Bruxelles (era ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio). Rispetto ai limiti imposti dall'Europa infatti (l'Italia tra il 2009 e il 2012 può liberare nell'aria 201 milioni di tonnellate di CO2), avremo emissioni in eccesso per 56 milioni di tonnellate. Ciò rappresenta un costo: per produrre corrente elettrica, carta, cemento, acciaio e altre materie prime essenziali, il paese dovrà acquistare sui mercati internazionali dell'anidride carbonica diritti di emissioni che costano in media sui 12-15 euro la tonnellata. La stima di spesa per il sistema Italia per rientrare nei parametri è così nell'ordine degli 840 milioni. I tempi sono stretti. Nel solo 2009 si stimano 37 milioni di tonnellate di anidride carbonica di troppo, pari appunto a un costo di 550 milioni. Le conseguenze possono essere pesanti: già in autunno la nuovissima centrale a carbone che l'Enel ha finito da poco a Civitavecchia potrebbe rischiare lo stop. Stesso scenario per un'altra ottantina di impianti di ogni genere. Il problema riguarda infatti soprattutto le nuove installazioni. Ovviamente, tutto ciò non avrebbe alcun beneficio ambientale e si limiterebbe in un trasferimento semplice e diretto di denaro dai cittadini italiani verso chi ha diritti di emissione. Per esempio, verso le imprese tedesche e francesi (meno efficienti di quelle italiane sul fronte delle emissioni) i cui governi hanno negoziato a Bruxelles limiti assai più agevoli, anzi, così agevoli e comodi che gli impianti esteri possono emettere anidride carbonica a tonnellate senza nemmeno avvicinarsi ai tetti europei. L'allarme viene da una relazione del Comitato di gestione del Protocollo di Kyoto, autorità che ogni paese europeo deve darsi per seguire gli aspetti operativi e tecnici per ridurre la CO2 liberata in aria dalle ciminiere. In Italia il Comitato di gestione è formato dai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo economico, ed è presieduto da Corrado Clini, direttore generale al ministero dell'Ambiente. Nei giorni scorsi il Comitato ha mandato uno studio ai ministri Giulio Tremonti (Economia), Stefania Prestigiacomo (Ambiente), Claudio Scajola (Sviluppo economico), Franco Frattini (Esteri) e Andrea Ronchi (Politiche comunitarie). La relazione dice che il piano nazionale delle emissioni per il periodo 2008-2012 «ha attribuito agli impianti esistenti 184,7 milioni di tonnellate di CO2 l'anno, mentre 16,93 milioni di tonnellate l'anno sono state destinate alla riserva nuovi entranti ovvero agli impianti che al momento della notifica del piano nazionale alla Commissione europea non avevano ancora ottenuto l'autorizzazione ad emettere gas ad effetto serra o non erano ancora entrati in esercizio. La rilevante differenza tra il fabbisogno stimato e l'assegnazione delle quote con il piano nazionale, come previsto ha determinato e sta determinando una situazione di particolare criticità, soprattutto per quanto riguarda la riserva nuovi entranti». Per il ministro dei rapporti con l'Europa Andrea Ronchi «i nuovi dati dimostrano che il governo italiano ha fatto una battaglia giusta, anche se solitaria nella fase iniziale, per correggere errori e velleità del passato che finiscono solo per avere una ricaduta su imprese e consumatori». Un fatto – insiste il ministro – «che è ancora più grave proprio perché nel frattempo si è aggravata la crisi dell'economia mondiale: l'ambiente è un tema strategico e rappresenta una risorsa ma va affrontato con ragionevolezza e senza demagogia». Tutto nasce dall'aver voluto fare i “primi della classe”. Il 28 febbraio 2008 l'Italia aveva proposto a Bruxelles un “tetto” massimo annuale di quote inferiore di almeno il 15% rispetto al fabbisogno necessario: 201,63 milioni di tonnellate, contro una stima di almeno 230 milioni data dai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo Economico. Proposta piaciuta a Bruxelles e a tutti gli altri paesi europei, pronti a vendere a caro prezzo alle imprese italiane i diritti di emissione che loro avevano in eccesso. Il governo di allora si chiese: e se ci fossero problemi? L'unica risposta per proteggere la competitività delle imprese italiane fu l'impegno del governo – in caso di deficit di quote – a comprare con soldi pubblici i diritti e a donarli a tutti i nuovi impianti industriali che sarebbero entrati in servizio a partire dal 2008. In altre parole, è stato scaricato sul pubblico il costo di una distorsione ideologica a danno dell'economia italiana.
Per il Comitato di gestione di Kyoto, come soluzione potrebbe essere valutato il ricorso a un soggetto terzo (come la Cassa depositi e prestiti) per anticipare i soldi necessari a comprare i diritti di emissione, con un successivo rimborso da parte del sistema pubblico. «Avevo ripetutamente e invano segnalato al ministro dell'Ambiente di allora – ricorda Clini – che, considerati gli elevati livelli di efficienza energetica delle imprese italiane, un tetto inferiore al fabbisogno avrebbe comportato costi aggiuntivi ed effetti distorsivi per l'economia italiana. Ma il ministro era convinto che in questo modo le imprese italiane sarebbero state costrette a investimenti in nuove e più efficienti tecnologie».

venerdì 17 ottobre 2008

Buone notizie: in campo energetico il Governo è centralista.

Buone, anzi eccellenti notizie.
Il Governo della Repubblica ha assunto su di sé i poteri di esprimee la Valutazione di Impatto Ambientale in tema di parchi eolici off-shore.
Con una norma ad hoc nell’emendamento governativo al provvedimento del Governo recante “Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, ogni velleità di controllo locale sugli impianti eolici off-shore viene spazzata via per assegnare tale competenza al Ministero dell’Ambiente.
C’è solo da esserne felici, le acque territoriali sono demanio indisponibile dello Stato, non delle regioni, servono alla difesa nazionale, non agli assessori, e se anche così non fosse era ora che qualcuno prendesse a mattonate sulle gengive questa gente: abbiamo bisogno di energia e non possiamo permetterci di continuare a comprarla quasi tutta all’estero, chi cerca di impedire a ogni costo la produzione di energia pulita nel nostro Paese sta facendo il male dell’Italia.

via ecoblog

mercoledì 2 aprile 2008

La serietà, proprio, non ci appartiene

Incredibile, vent’anni dopo avere gettato sul lastrico il Paese con un referendum scellerato, i cui costi ogni anno sono superiori a quelli di una “manovra”, la classe politica s’è pentita, e ha deciso che “sì, bisogna tornare al nucleare…
Bene, si dirà, finalmente un po’ di serietà.
…sì, bisogna tornare al nucleare, ma le centrali le costruiamo in Albania.
E allora si sente un netto rumore di cristalli: sono i “gioielli di famiglia” che, staccatisi dalla loro naturale sede, scivolando lungo i pantaloni, si sono schiantati sul pavimento, frantumandosi in tante piccole schegge.

Non cresceranno mai, non cresceremo mai.
Costruire le centrali nucleari fuori dai nostri confini non è un investimento, ma una stupidaggine.
  • Vuol dire mettere investimenti di rilevante portata alla mercé di governi diversi dal nostro, che oggi sono “amici”, ma domani potrebbero avere altre convenienze: siamo sicuri che, in caso di grave crisi energetica, questi governi rispetterebbero gli accordi? e se non lo facessero come reagiremmo? andremmo con i militari a riprenderci le centrali?
  • Vuol dire creare occupazione di qualità fuori dai nostri confini, far crescere una classe di tecnici ad alta specializzazione che non arricchisce il “sistema Italia”, ma fa crescere un altro paese,
  • Vuol dire continuare, comunque, a pagare una sovrattassa sull’energia derivante dal fatto che devi pure, in qualche modo, remunerare il paese ospite,
  • Vuol dire, e questo è il più grave, continuare a “educare” la nostra cittadinanza all’idea che i problemi si possano spostare, che ci sia sempre un cortile diverso dal nostro dove mettere ciò che non ci piace, che ci sia sempre un tappeto sotto al quale nascondere la polvere.

Questa proposta ha la stessa logica dell’esportazione del pattume napoletano: paghiamo qualcuno a cifre folli perché si prenda la nostra spazzatura, se la bruci e guadagni sull’energia elettrica così prodotta, magari rivendendola proprio a noi come “energia verde da fonti rinnovabili”.

Non meravigliamoci: un Paese poco serio genera una classe politica poco seria che adotta soluzioni altrettanto poco serie…

giovedì 3 gennaio 2008

L’energia che ci manca…

immagine da Wikimedia, autore: Bran. http://de.wikipedia.org/wiki/Benutzer:Bran
Il barile è a 100 dollari.
È solo un bene, poiché ci costringerà sempre di più a renderci conto di quanto l’energia sia un problema politico, non meramente economico o energetico.

È un problema così “politico” che non c’è fonte di energia che non sia finanziata pesantemente dalla fiscalità generale per rendere i chilowatt prodotti accessibili.
Lo sono le centrali a gas (spacciate per rinnovabili), lo sono i termovalorizzatori, lo sono l’eolico e il solare, lo è il nucleare.
La differenza tra le fonti energetiche “alternative” ai combustibili fossili quindi non sta nella loro economicità, ma nella disponibilità da parte di una società a guardare i numeri e a decidere smettendola di cullarsi belle illusioni.
SE decidiamo che dobbiamo abbandonare “il fossile” come fonte di elettricità (chi per motivi ecologi, chi, come me, per motivi geopolitici), dobbiamo trovare una fonte di energia che sia altrettanto elastica:

  • che consenta di aumentare e diminuire la produzione in ogni istante, seguendo la richiesta
  • che sia prevedibile nella disponibilità (chissà quanto sole/vento ci sarà oggi in Italia?)
  • che sia “scalabile” secondo le esigenze (serve più energia? aggiungi una centrale)
Questi presupposti rendono impraticabile qualsiasi strada che si limiti a predicare il risparmio energetico.
Sia chiaro, io sono A FAVORE di ogni misura di risparmio energetico.
In primo luogo perché sono intrinsecamente un taccagno, in secondo luogo perché lo spreco, la distruzione di risorse, è una vergogna della nostra (in)civiltà.
Ma per quanto si riuscisse a risparmiare ci sono due verità:
la dematerializzazione delle attività umane comporta sempre di più il passaggio dagli uomini alle macchine, che consumano energia, quindi in prospettiva servirà sempre più energia per rispondere ai nuovi bisogni della nostra società.
per quanto si risparmi, prima o poi ci si deve fermare: lo stesso concetto di risparmio implica che ci sia un consumo, il motore a movimento autonomo perenne NON esiste, e se anche esistesse servirebbe energia per costruirlo…
E quindi il risparmio non basta: servono fonti di energia.

Io sono A FAVORE della ricopertura delle case italiane con pannelli fotovoltaici.
Mica perché sono verde, ma perché è giusto produrre l’energia dove la si consuma, evitando di doverla trasportare in giro per il nostro accidentato Paese, così pieno di ostacoli naturali, risparmiando così sui costi di distribuzione e, qualcuno dice ma io non ne sono convintissimo, anche su effetti collaterali sulla salute umana derivanti dall’esistenza degli elettrodotti.
Il metodo fotovoltaico però ha dei limiti pesanti.
L’irradiazione è sostanzialmente “statistica” e non direttamente prevedibile. L’efficienza di questi pannelli decresce rapidamente negli anni: una centrale (a gas, petrolio, nucleare) produce 100 all’inaugurazione e più o meno 100 il giorno della dismissione, il pannello solare no…

Io sono A FAVORE dell’eolico, e spero che presto i promettenti esperimenti di microgenerazione di cui abbiamo visto recentemente notizia producano dei risultati sfruttabili su larga scala.
Ma per questa fonte valgono le stesse osservazioni fatte per il fotovoltaico. E in più c’è un pesante problema di compatibilità ecologica (questi sistemi fanno rumore) e architettonica (siamo in Italia, non nel deserto dell’Arizona…)

E questo pone il punto: anche il giorno in cui avessimo ricoperto di pannelli fotovoltaici o di micro turbine eoliche tutto il Paese, avremmo ancora bisogno di energia, possibilmente di origine NON fossile.
E resta l’energia nucleare.
Pratica, comoda e pulita e sicura.
Certo, costruire una centrale nucleare costa un sacco di soldi.
Ma costa anche costruire una diga, costa anche ricoprire i tetti d’Italia.
E ci sono le scorie nucleari.
Sì è vero, ma ci sono siti che potrebbero ospitarle per i prossimi ventimila anni in tutta sicurezza, perché in aree storicamente NON a rischio sismico (persino in Italia, incredibile vero?), in modo da non essere un pericolo né per gli umani dei prossimi secoli, né per gli animali che ci succederanno quando ci saremo estinti.
E si esaurirà nei prossimi ottant’anni.
E chi se ne frega! In ottant’ani siamo passati dalla civiltà contadina alle passeggiate sulla luna. Pensate alla tecnologica mediamente disponibile nel 1927 e pensate a quella odierna. Fra ottant’anni (ammesso e non concesso che l’uranio si esaurisca davvero) avremo altri strumenti, e avremo consentito al genere umano di crescere grazie alla disponibilità di grandi quantità di energia.

Tolte le chiacchiere, resta il problema: il nostro bisogno attuale e futuro di energia, in quantità sempre maggiori.
L’energia è il nostro motore, dalla scoperta del fuoco alla commercializzazione del segway ogni attività umana ha avuto, ha ed avrà bisogno di energia.
L’energia ciò che ha dato a noi e darà a miliardi di nostri simili vita, benessere, libertà dalla fatica e dalla miseria, è nostro dovere di esseri umani garantire la sopravvivenza della nostra civiltà attraverso la disponibilità di tutta l’energia che serve.
Come rispondiamo a questo bisogno? Con le chiacchiere o con i chilowatt?