Cari amici,
la storia è questione di combinazioni, a volte di alchimie personali. Chi avrebbe immaginato negli anni scorsi un presidente personalmente ostile ad Israele, serenamente convinto che il suo compito principale in politica estera fosse rappacificarsi il mondo islamico, e ben deciso a regolarsi di conseguenza, a usare cioè Israele come moneta di scambio con gli arabi, sia pure fra oscillazioni, incertezze e confusioni - e soprattutto di ipocrisie e falsità? Nessuno forse. Eppure la situazione è questa.
Il 3 giugno 2008, in piena campagna elettorale davanti all´assemblea dell´Aipac, l´associazione ombrello filo-ebraica americana, aveva dichiarato: "any agreement with the Palestinian people must preserve Israel's identity as a Jewish state, with secure, recognized and defensible borders. Jerusalem will remain the capital of Israel, and it must remain undivided." [ogni accordo con il popolo palestinese deve preservare l´identità di Israele come Stato ebraico, con confini sicuri, riconosciuti e difendibili. Gerusalemme resterà la capitale di Israele e non deve essere divisa] (trovate qui il testo del discorso: http://www.npr.org/templates/story/story.php?storyId=91150432).
Del resto da quindici anni c´è in America una legge che stabilisce esattamente questo (per un riassunto vedi qui: http://www.justice.gov/olc/s770.16.htm).
Quella di Obama era però in realtà pura ipocrisia, menzogna consapevole o adulazione per ottenere qualche voto ebraico, come in effetti accadde. Poi, una volta eletto, Obama ha cambiato idea come sappiamo, o meglio ha tirato fuori le sue vere idee e ha detto e fatto ben altre cose.
Vi prego davvero di perdere cinque minuti su questo link per vedere il comportamento di Obama, al di là delle esaltazioni giornalistiche: http://www.youtube.com/watch_popup?v=tCAffMSWSzY#t=28 .
Certo, non è la prima volta che un presidente americano è ostile agli ebrei e a Israele. Lo era Jimmy Carter, a modo suo lo era anche Eisenhower. Ma che sarebbe successo se al posto di Roosvelt a fronteggiare Hitler ci fosse stato un Obama, con la capacità di muovere la stampa e la società americana che ogni amministrazione americana ha? Molti di voi si ricorderanno di un romanzo di Philip Roth , intitolato "Il complotto contro l´America", uscito in italiano da Einaudi qualche anno fa, in cui presidente degli Stati Uniti diventa Charles Lindbergh, fanatico antisemita e ammiratore di Hitler, come in effetti l´aviatore era. Le conseguenze sono quelle che potete immaginare: la fine della democrazia e una persecuzione antiebraica estesa anche sull´America.
Obama non è questo, naturalmente, non è un razzista antisemita dello stile hitleriano; ma chiaramente pensa che l´interesse americano sia di non farsi coinvolgere nelle storie di Israele e degli ebrei e che sia meglio allearsi con gli arabi che sono molto di più, hanno il petrolio e si presentano anche come vittime del colonialismo.
Ma, ripeto la domanda, che sarebbe accaduto se ci fosse stato un Obama a guidare l´America durante la seconda guerra mondiale, con tutta l´approvazione dei media autorevoli e degli opinion leader di cui gode ancora oggi, dopo un anno e passa di fallimenti internazionali? Grazie a un miracolo di internet, ho ricevuto una copia del New York Times proveniente da questo corso storico alternativo (sapete che c´è una seria teoria fisica per cui tutti i mondi possibili coesistono come universi paralleli...), e ve lo faccio leggere qui a fianco. Con molta angoscia, perché mostra com´è sottile il filo che ci porta a essere dove siamo. Ma anche con fiducia. Perché nella storia vi sono delle forze capaci di controbilanciare anche un presidente come Obama
Ugo Volli
martedì 6 aprile 2010
Bersani, ancora una volta indietro di vent’anni.
Bersani dice “Non credo a soluzioni presidenzialiste. Penso che ci sia anche gente in buona fede che puo' immaginare soluzioni presidenzialiste come quelle che vediamo in Occidente, ma a volte, pensando magari agli Stati Uniti, si rischia di trovarsi nell'Argentina di 20 anni fa”.
Le stesse parole di Giorgio La Malfa, che commentando nel '91 la proposta del PLI per la riforma istituzionale alla francese disse “si sogna la Francia e ci si sveglia in Argentina”.
La fine di La Malfa la conosciamo… speriamo quella del PD sia la stessa.
Le stesse parole di Giorgio La Malfa, che commentando nel '91 la proposta del PLI per la riforma istituzionale alla francese disse “si sogna la Francia e ci si sveglia in Argentina”.
La fine di La Malfa la conosciamo… speriamo quella del PD sia la stessa.
Se Berlusconi e il centrodestra fossero intelligenti, darebbero SUBITO i loro voto a questa proposta della Bonino.
A dispetto di quel che dice Libero, per me non si tratta di punire i sindacati, ma di realizzare, finalmente, la Costituzione: vuoi i soldi e la rappresentanza? datti delle regole e rispettale, tutto qui.
Qui l'articolo di Libero
lunedì 5 aprile 2010
Un Papa per il PD, conclave semiserio per trovare un sostituto di Bersani
Come la Chiesa cattolica, anche il Partito democratico dovrà cercarsi un papa straniero. Il monito di Ezio Mauro, scolpito su Repubblica, destò scalpore ai piani alti del Partito democratico. Alcuni si irritarono per l’ingerenza di un giornale nella vita del partito. Pier Luigi Bersani, con il suo aplomb piacentino, mormorò: «Non sapevo di essere un papa italico. D’ora in poi, andrò ai comizi in sedia gestatoria».
Ma i più si eccitarono: «Se lo dice Mauro, dobbiamo credergli. Cerchiamolo subito un leader che non venga dalla nomenclatura del partito, né dal vecchio Pci e nemmeno dai surrogati messi in pista dopo il 1989».
Detto fatto, anche sull’onda della sconfitta nelle elezioni regionali, venne formata una commissione riservata, anzi segreta, con l’incarico di prendere in esame le figure papabili. I lavori non dovevano trapelare all’esterno. Ma sappiamo come vanno queste faccende. C’è sempre chi parla. Tanto che il Bestiario è in grado di rivelare i nomi in discussione e il giudizio che ne venne dato.
Si cominciò dallo scrittore Roberto Saviano, molto gradito a Repubblica. Ma venne subito scartato con un verdetto senza appello: «Buono per la scrittura, non per il partito. In più, a causa di sacrosanti motivi di sicurezza, non sapremmo mai dove rintracciarlo». Da Saviano si passò a Michele Santoro: «Lui ci farà diventare comparse di Annozero, per di più senza gettone». Giovanni Floris? «No, stravede soltanto per la Polverini e prima o poi diventerà il suo spin doctor». Marco Travaglio? « Macché, lui vorrà come vice tre pubblici ministeri che scopriranno tutti i nostri altarini».
Il grande politologo Giovanni Sartori? «Troppo pervaso di previsioni cupe. Spedirà sotto terra il morale del partito». Eugenio Scalfari? «Troppo pieno di sé. Ci obbligherà a mandare a memoria tutte le sue prediche domenicali». Furio Colombo? «Troppo collerico. Passerà le giornate a leggere la vita all’intero vertice del Pd. Le sue urla le sentiranno fino alla villa di Arcore e il Caimano ne gioirà». Paolo Flores d’Arcais? «Ma siamo pazzi? È un giacobino sanguinario e metterà su una ghigliottina per segarci». Roberto Benigni? «Bravo comico, ma pessimo politico. Vorrà prenderci tutti in braccio come fece con quel santo di Enrico Berlinguer. Però ci siamo imborghesiti e molto ingrassati. Ci lascerà precipitare a terra uno dopo l’altro: una catastrofe mai vista».
E Fabio Fazio? «Un viso pallido, da gatta morta. E poi la sua spalla, la Littizzetto, non lo farà muovere dalla tivù, sennò il loro giocattolo si rompe». Allora proviamo con uno dei suoi autori, Michele Serra, è un vecchio compagno, che ne dite? «Da quando vive in campagna è diventato uno snob. A noi non ci vede neppure con il binocolo». Il principe Emanuele Filiberto? «È una star nazionalpopolare, ma sta con l’Udc. E poi dovremmo prenderci pure il suo tutore, il magico Pupo».
La commissione segreta era stremata. Dopo esser passata da un candidato fasullo all’altro, non sapeva più che pesci pigliare. Poi uno dei membri ebbe un colpo di genio: «Abbiamo preso in esame soltanto maschi. Perché non pensiamo a una donna? Il Pci, la Dc e tutti i loro discendenti non si sono mai affidati a una femmina. Forse è il momento di rompere una pessima tradizione».
L’esame ricominciò, questa volta dedicato alle signore. Concita De Gregorio, la direttora dell’Unità? «Graziosa, ma prevedibile. Scrive sempre lo stesso editoriale, dei brodetti noiosi». Lucia Annunziata? «Troppo professorale. In più è una sudista, sia detto senza offesa. Per contrastare la Lega abbiamo bisogno di un leader nordista».
Allora proviamo con Lilli Gruber, viene dall’Alto Adige, potrebbe andar bene? «No. È una donna meravigliosa, ma troppo innamorata di se stessa. Il suo 8 e mezzo sembra il boudoir della Signora Marchesa. Tutti guardano soltanto lei e non gli ospiti». La Debora Serracchiani? «È già sparita dalla scena, nessuno se la fila». Bianca Berlinguer? «Grande donna e grande cognome. Ma appartiene alla storia del vecchio Partitone Rosso». Ilaria D’Amico? «È vero che dal calcio è passata alla tivù politica, però è ancora una principiante, sia pure del genere Bellone Prorompenti».
Flavia Perina? «Bravissima, ma sta con Fini ed è una deputata di Berlusconi. Sveglia, compagni, non diciamo bestialità!». Barbara Spinelli? «È una saccente al cubo, si vede che è cresciuta alla scuola di Barbapapà Scalfari». E la Rosy Bindi? Non sarebbe un papa straniero, ma una formidabile papessa, non è così? «Non è così per niente. Si è rovinata a forza di apparire in tivù: sempre vestita di un nero luttuoso, capelli in disordine, petulanza insopportabile, una madre superiora con il frustino!».
La commissione riservata aveva perso tutte le speranze di trovare il Papa giusto. Poi la sera di venerdì 2 aprile, il problema si risolse da solo. La marchesa Gruber aveva invitato nel salottino il professor Massimo Cacciari, sino a qualche giorno prima sindaco di Venezia. Non poteva certo dirsi uno straniero. E non era più un ragazzo, essendo nato nel 1944. Ma si rivelò fortissimo. Spiegò che il Pd doveva pensare a se stesso e non parlare mai più di Berlusconi. Lo fece con una grinta tale da tramortire la Gruber e una bella politologa dalla chioma rossa. Entrambe estasiate.
I commissari segreti esultarono: «Ecco l’uomo giusto al posto giusto». Uno di loro obiettò: «E se Cacciari ci manda a quel paese?». «Pazienza. Non ci resterà che arruolare Pier Ferdinando Casini. Basterà fargli crescere una barba alla veneta. E il gioco sarà fatto!».
Giampaolo Pansa per il Riformista
Ma i più si eccitarono: «Se lo dice Mauro, dobbiamo credergli. Cerchiamolo subito un leader che non venga dalla nomenclatura del partito, né dal vecchio Pci e nemmeno dai surrogati messi in pista dopo il 1989».
Detto fatto, anche sull’onda della sconfitta nelle elezioni regionali, venne formata una commissione riservata, anzi segreta, con l’incarico di prendere in esame le figure papabili. I lavori non dovevano trapelare all’esterno. Ma sappiamo come vanno queste faccende. C’è sempre chi parla. Tanto che il Bestiario è in grado di rivelare i nomi in discussione e il giudizio che ne venne dato.
Si cominciò dallo scrittore Roberto Saviano, molto gradito a Repubblica. Ma venne subito scartato con un verdetto senza appello: «Buono per la scrittura, non per il partito. In più, a causa di sacrosanti motivi di sicurezza, non sapremmo mai dove rintracciarlo». Da Saviano si passò a Michele Santoro: «Lui ci farà diventare comparse di Annozero, per di più senza gettone». Giovanni Floris? «No, stravede soltanto per la Polverini e prima o poi diventerà il suo spin doctor». Marco Travaglio? « Macché, lui vorrà come vice tre pubblici ministeri che scopriranno tutti i nostri altarini».
Il grande politologo Giovanni Sartori? «Troppo pervaso di previsioni cupe. Spedirà sotto terra il morale del partito». Eugenio Scalfari? «Troppo pieno di sé. Ci obbligherà a mandare a memoria tutte le sue prediche domenicali». Furio Colombo? «Troppo collerico. Passerà le giornate a leggere la vita all’intero vertice del Pd. Le sue urla le sentiranno fino alla villa di Arcore e il Caimano ne gioirà». Paolo Flores d’Arcais? «Ma siamo pazzi? È un giacobino sanguinario e metterà su una ghigliottina per segarci». Roberto Benigni? «Bravo comico, ma pessimo politico. Vorrà prenderci tutti in braccio come fece con quel santo di Enrico Berlinguer. Però ci siamo imborghesiti e molto ingrassati. Ci lascerà precipitare a terra uno dopo l’altro: una catastrofe mai vista».
E Fabio Fazio? «Un viso pallido, da gatta morta. E poi la sua spalla, la Littizzetto, non lo farà muovere dalla tivù, sennò il loro giocattolo si rompe». Allora proviamo con uno dei suoi autori, Michele Serra, è un vecchio compagno, che ne dite? «Da quando vive in campagna è diventato uno snob. A noi non ci vede neppure con il binocolo». Il principe Emanuele Filiberto? «È una star nazionalpopolare, ma sta con l’Udc. E poi dovremmo prenderci pure il suo tutore, il magico Pupo».
La commissione segreta era stremata. Dopo esser passata da un candidato fasullo all’altro, non sapeva più che pesci pigliare. Poi uno dei membri ebbe un colpo di genio: «Abbiamo preso in esame soltanto maschi. Perché non pensiamo a una donna? Il Pci, la Dc e tutti i loro discendenti non si sono mai affidati a una femmina. Forse è il momento di rompere una pessima tradizione».
L’esame ricominciò, questa volta dedicato alle signore. Concita De Gregorio, la direttora dell’Unità? «Graziosa, ma prevedibile. Scrive sempre lo stesso editoriale, dei brodetti noiosi». Lucia Annunziata? «Troppo professorale. In più è una sudista, sia detto senza offesa. Per contrastare la Lega abbiamo bisogno di un leader nordista».
Allora proviamo con Lilli Gruber, viene dall’Alto Adige, potrebbe andar bene? «No. È una donna meravigliosa, ma troppo innamorata di se stessa. Il suo 8 e mezzo sembra il boudoir della Signora Marchesa. Tutti guardano soltanto lei e non gli ospiti». La Debora Serracchiani? «È già sparita dalla scena, nessuno se la fila». Bianca Berlinguer? «Grande donna e grande cognome. Ma appartiene alla storia del vecchio Partitone Rosso». Ilaria D’Amico? «È vero che dal calcio è passata alla tivù politica, però è ancora una principiante, sia pure del genere Bellone Prorompenti».
Flavia Perina? «Bravissima, ma sta con Fini ed è una deputata di Berlusconi. Sveglia, compagni, non diciamo bestialità!». Barbara Spinelli? «È una saccente al cubo, si vede che è cresciuta alla scuola di Barbapapà Scalfari». E la Rosy Bindi? Non sarebbe un papa straniero, ma una formidabile papessa, non è così? «Non è così per niente. Si è rovinata a forza di apparire in tivù: sempre vestita di un nero luttuoso, capelli in disordine, petulanza insopportabile, una madre superiora con il frustino!».
La commissione riservata aveva perso tutte le speranze di trovare il Papa giusto. Poi la sera di venerdì 2 aprile, il problema si risolse da solo. La marchesa Gruber aveva invitato nel salottino il professor Massimo Cacciari, sino a qualche giorno prima sindaco di Venezia. Non poteva certo dirsi uno straniero. E non era più un ragazzo, essendo nato nel 1944. Ma si rivelò fortissimo. Spiegò che il Pd doveva pensare a se stesso e non parlare mai più di Berlusconi. Lo fece con una grinta tale da tramortire la Gruber e una bella politologa dalla chioma rossa. Entrambe estasiate.
I commissari segreti esultarono: «Ecco l’uomo giusto al posto giusto». Uno di loro obiettò: «E se Cacciari ci manda a quel paese?». «Pazienza. Non ci resterà che arruolare Pier Ferdinando Casini. Basterà fargli crescere una barba alla veneta. E il gioco sarà fatto!».
Giampaolo Pansa per il Riformista
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