Procedura penale? Da Scaglia a Frisullo, passando per la mamma di Genova accusata di aver ucciso il figlio, la cronaca offre storie clamorose di detenuti senza condanna. Altre si svolgono nell'ombra dell'anonimato. Uno scandalo tutto italiano. E tra tante ipotesi di riforma della giustizia, nessuna sfiora il tema.
C’è un volto della giustizia italiana che fa paura. È quello rivelato dalla pratica costante della carcerazione preventiva che chiude negli istituti penitenziari innocenti e probabili colpevoli prima ancora di un processo e di una sentenza. Sono migliaia in Italia i detenuti in attesa di giudizio, aspettando in celle affollate che la magistratura compia, con tempi lunghissimi, il suo lavoro.
Qualche volta la cronaca si imbatte in casi clamorosi. È accaduto tempo fa al padre dei fratellini di Gravina sbattuto in galera con l’accusa di aver ucciso i suoi figli e di aver nascosto i loro corpi che poi sono stati trovati vicino casa, precipitati senza violenza da un edificio diroccato. È accaduto all’ex presidente della regione Abruzzo chiuso in un regime carcerario odioso e che a tutt’oggi non sa ancora di quali colpe è stato accusato malgrado la sua vicenda abbia provocato un vero e proprio terremoto politico con le sue dimissioni, l’anticipo delle elezioni e la vittoria della parte a lui avversa. Non ci sono solo storie di ieri, ne vogliamo raccontare almeno tre che invece sono più recenti e alcune ancora in corso.
Meno di venti giorni fa lo stesso destino del padre dei fratellini di Gravina è toccato a Katerina Mathas, una giovane donna di Genova accusata di aver ucciso con la complicità del fidanzato suo figlio con terribili sevizie. La Mathas si è fatta sedici giorni di carcerazione preventiva, è stata indicata dai media come una terribile infanticida e poi sia il pm sia il gip l’hanno scarcerata perché non c’erano prove a sorreggere l’accusa. Ma nelle carceri italiane ci sono anche, fra gli altri, due detenuti eccellenti, di quelli che per aver ricoperto posizioni di potere e per l’odiosità delle colpe addebitategli vengono considerati dalla pubblica opinione come colpevoli prima che un tribunale ne accerti la responsabilità.
Uno è Silvio Scaglia l’ex amministratore delegato di Fastweb accusato con altri di una maxi-truffa e inseguito da un mandato di cattura internazionale. A fine febbraio Scaglia torna in Italia e viene rinchiuso a Rebibbia, quindi nei suoi confronti non potrebbe valere il sospetto di aver cercato la fuga visto che era nelle Antille e ha scelto spontaneamente di consegnarsi ai suoi giudici. Scaglia per di più si dimette dal consiglio di amministrazione di Fastweb quindi non è più in grado di svolgere attività che possano manipolare le eventuali prove a suo carico. Eppure da fine febbraio è in carcere come un delinquente comune senza che alcun tribunale abbia finora accertato la sua colpevolezza. Probabilmente viene sospettato di non aver rivelato tutto quello che sa, il che conferma che in Italia la carcerazione preventiva è la risorsa estrema dei magistrati per ottenere quella che non è più da secoli considerata in diritto la “prova regina”, cioè la confessione.
L’altro personaggio pubblico che ha passato Pasqua in galera è Sandro Frisullo, ex leader del Pd pugliese nonchè ex vicepresidente della Giunta Vendola. Frisullo si è allontanato da ogni attività politica e amministrativa all’indomani delle accuse formulate contro di lui. Ha ammesso la sua frequentazione con Tarantini e di aver goduto dei favori sessuali di alcune escort amiche del faccendiere pugliese. Ma Tarantini ha dichiarato di aver dato anche soldi, una tangente in cambio di favori. Frisullo invece nega che ciò sia mai accaduto. L’ex esponente del Pd pugliese è in carcere malgrado sia notoriamente una persona mal messa fisicamente che in carcere non può curare le numerose malattie di cui soffre. Eppure anche per lui non ci sono state pietà e equità. Finchè non confessa sarà detenuto.
Una politica che si rispetti e una magistratura efficiente dovrebbero aprire di comune accordo il dossier sulle carcerazioni preventive. Il carcere è il luogo terribile e giusto per imputati considerati colpevoli e a cui è stata comminata una pena rapportata alla gravità del reato. Il carcere dovrebbe essere escluso, invece, quando si sia ancora nella fase istruttoria e il cittadino va considerato, fino a prova contraria, innocente.
Non a caso lo stesso codice disciplina in modo severo le ipotesi di carcerazione preventiva. Invece nella realtà il carcere viene utilizzato come strumento estremo di pressione sull’indagato per costringerlo a confessare il reato di cui è accusato. Spesso il tempo della carcerazione si rivela non solo ingiusto in sé ma insopportabilmente lungo anche rispetto alla violazione della legalità ipotizzata. Accade che l’onere della prova non spetti più a chi accusa ma a chi è costretto a difendersi. Può accadere, ed è accaduto, che persone non in grado di reggere la condizione carceraria si siano auto-accusate per cercare di tornar libere.
Siamo di fronte a casi di violenza giudiziaria che dovrebbero far riflettere. Innanzitutto il governo. Sono anni che siamo sommersi da leggi e leggine che cercano la salvaguardia per il premier e per i suoi sodali, ma nulla si é fatto sullo scandalo della carcerazione preventiva. La stessa opposizione, così sensibile ai richiami giustizialisti, non si rende conto che limitare i casi di carcerazione preventiva non significa indebolire la magistratura ma applicare norme elementari di diritto. Se vogliamo parlare di riforma della giustizia partiamo da qui e non dalle intercettazioni.
Peppino Caldarola per il Riformista
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martedì 6 aprile 2010
lunedì 5 aprile 2010
Un Papa per il PD, conclave semiserio per trovare un sostituto di Bersani
Come la Chiesa cattolica, anche il Partito democratico dovrà cercarsi un papa straniero. Il monito di Ezio Mauro, scolpito su Repubblica, destò scalpore ai piani alti del Partito democratico. Alcuni si irritarono per l’ingerenza di un giornale nella vita del partito. Pier Luigi Bersani, con il suo aplomb piacentino, mormorò: «Non sapevo di essere un papa italico. D’ora in poi, andrò ai comizi in sedia gestatoria».
Ma i più si eccitarono: «Se lo dice Mauro, dobbiamo credergli. Cerchiamolo subito un leader che non venga dalla nomenclatura del partito, né dal vecchio Pci e nemmeno dai surrogati messi in pista dopo il 1989».
Detto fatto, anche sull’onda della sconfitta nelle elezioni regionali, venne formata una commissione riservata, anzi segreta, con l’incarico di prendere in esame le figure papabili. I lavori non dovevano trapelare all’esterno. Ma sappiamo come vanno queste faccende. C’è sempre chi parla. Tanto che il Bestiario è in grado di rivelare i nomi in discussione e il giudizio che ne venne dato.
Si cominciò dallo scrittore Roberto Saviano, molto gradito a Repubblica. Ma venne subito scartato con un verdetto senza appello: «Buono per la scrittura, non per il partito. In più, a causa di sacrosanti motivi di sicurezza, non sapremmo mai dove rintracciarlo». Da Saviano si passò a Michele Santoro: «Lui ci farà diventare comparse di Annozero, per di più senza gettone». Giovanni Floris? «No, stravede soltanto per la Polverini e prima o poi diventerà il suo spin doctor». Marco Travaglio? « Macché, lui vorrà come vice tre pubblici ministeri che scopriranno tutti i nostri altarini».
Il grande politologo Giovanni Sartori? «Troppo pervaso di previsioni cupe. Spedirà sotto terra il morale del partito». Eugenio Scalfari? «Troppo pieno di sé. Ci obbligherà a mandare a memoria tutte le sue prediche domenicali». Furio Colombo? «Troppo collerico. Passerà le giornate a leggere la vita all’intero vertice del Pd. Le sue urla le sentiranno fino alla villa di Arcore e il Caimano ne gioirà». Paolo Flores d’Arcais? «Ma siamo pazzi? È un giacobino sanguinario e metterà su una ghigliottina per segarci». Roberto Benigni? «Bravo comico, ma pessimo politico. Vorrà prenderci tutti in braccio come fece con quel santo di Enrico Berlinguer. Però ci siamo imborghesiti e molto ingrassati. Ci lascerà precipitare a terra uno dopo l’altro: una catastrofe mai vista».
E Fabio Fazio? «Un viso pallido, da gatta morta. E poi la sua spalla, la Littizzetto, non lo farà muovere dalla tivù, sennò il loro giocattolo si rompe». Allora proviamo con uno dei suoi autori, Michele Serra, è un vecchio compagno, che ne dite? «Da quando vive in campagna è diventato uno snob. A noi non ci vede neppure con il binocolo». Il principe Emanuele Filiberto? «È una star nazionalpopolare, ma sta con l’Udc. E poi dovremmo prenderci pure il suo tutore, il magico Pupo».
La commissione segreta era stremata. Dopo esser passata da un candidato fasullo all’altro, non sapeva più che pesci pigliare. Poi uno dei membri ebbe un colpo di genio: «Abbiamo preso in esame soltanto maschi. Perché non pensiamo a una donna? Il Pci, la Dc e tutti i loro discendenti non si sono mai affidati a una femmina. Forse è il momento di rompere una pessima tradizione».
L’esame ricominciò, questa volta dedicato alle signore. Concita De Gregorio, la direttora dell’Unità? «Graziosa, ma prevedibile. Scrive sempre lo stesso editoriale, dei brodetti noiosi». Lucia Annunziata? «Troppo professorale. In più è una sudista, sia detto senza offesa. Per contrastare la Lega abbiamo bisogno di un leader nordista».
Allora proviamo con Lilli Gruber, viene dall’Alto Adige, potrebbe andar bene? «No. È una donna meravigliosa, ma troppo innamorata di se stessa. Il suo 8 e mezzo sembra il boudoir della Signora Marchesa. Tutti guardano soltanto lei e non gli ospiti». La Debora Serracchiani? «È già sparita dalla scena, nessuno se la fila». Bianca Berlinguer? «Grande donna e grande cognome. Ma appartiene alla storia del vecchio Partitone Rosso». Ilaria D’Amico? «È vero che dal calcio è passata alla tivù politica, però è ancora una principiante, sia pure del genere Bellone Prorompenti».
Flavia Perina? «Bravissima, ma sta con Fini ed è una deputata di Berlusconi. Sveglia, compagni, non diciamo bestialità!». Barbara Spinelli? «È una saccente al cubo, si vede che è cresciuta alla scuola di Barbapapà Scalfari». E la Rosy Bindi? Non sarebbe un papa straniero, ma una formidabile papessa, non è così? «Non è così per niente. Si è rovinata a forza di apparire in tivù: sempre vestita di un nero luttuoso, capelli in disordine, petulanza insopportabile, una madre superiora con il frustino!».
La commissione riservata aveva perso tutte le speranze di trovare il Papa giusto. Poi la sera di venerdì 2 aprile, il problema si risolse da solo. La marchesa Gruber aveva invitato nel salottino il professor Massimo Cacciari, sino a qualche giorno prima sindaco di Venezia. Non poteva certo dirsi uno straniero. E non era più un ragazzo, essendo nato nel 1944. Ma si rivelò fortissimo. Spiegò che il Pd doveva pensare a se stesso e non parlare mai più di Berlusconi. Lo fece con una grinta tale da tramortire la Gruber e una bella politologa dalla chioma rossa. Entrambe estasiate.
I commissari segreti esultarono: «Ecco l’uomo giusto al posto giusto». Uno di loro obiettò: «E se Cacciari ci manda a quel paese?». «Pazienza. Non ci resterà che arruolare Pier Ferdinando Casini. Basterà fargli crescere una barba alla veneta. E il gioco sarà fatto!».
Giampaolo Pansa per il Riformista
Ma i più si eccitarono: «Se lo dice Mauro, dobbiamo credergli. Cerchiamolo subito un leader che non venga dalla nomenclatura del partito, né dal vecchio Pci e nemmeno dai surrogati messi in pista dopo il 1989».
Detto fatto, anche sull’onda della sconfitta nelle elezioni regionali, venne formata una commissione riservata, anzi segreta, con l’incarico di prendere in esame le figure papabili. I lavori non dovevano trapelare all’esterno. Ma sappiamo come vanno queste faccende. C’è sempre chi parla. Tanto che il Bestiario è in grado di rivelare i nomi in discussione e il giudizio che ne venne dato.
Si cominciò dallo scrittore Roberto Saviano, molto gradito a Repubblica. Ma venne subito scartato con un verdetto senza appello: «Buono per la scrittura, non per il partito. In più, a causa di sacrosanti motivi di sicurezza, non sapremmo mai dove rintracciarlo». Da Saviano si passò a Michele Santoro: «Lui ci farà diventare comparse di Annozero, per di più senza gettone». Giovanni Floris? «No, stravede soltanto per la Polverini e prima o poi diventerà il suo spin doctor». Marco Travaglio? « Macché, lui vorrà come vice tre pubblici ministeri che scopriranno tutti i nostri altarini».
Il grande politologo Giovanni Sartori? «Troppo pervaso di previsioni cupe. Spedirà sotto terra il morale del partito». Eugenio Scalfari? «Troppo pieno di sé. Ci obbligherà a mandare a memoria tutte le sue prediche domenicali». Furio Colombo? «Troppo collerico. Passerà le giornate a leggere la vita all’intero vertice del Pd. Le sue urla le sentiranno fino alla villa di Arcore e il Caimano ne gioirà». Paolo Flores d’Arcais? «Ma siamo pazzi? È un giacobino sanguinario e metterà su una ghigliottina per segarci». Roberto Benigni? «Bravo comico, ma pessimo politico. Vorrà prenderci tutti in braccio come fece con quel santo di Enrico Berlinguer. Però ci siamo imborghesiti e molto ingrassati. Ci lascerà precipitare a terra uno dopo l’altro: una catastrofe mai vista».
E Fabio Fazio? «Un viso pallido, da gatta morta. E poi la sua spalla, la Littizzetto, non lo farà muovere dalla tivù, sennò il loro giocattolo si rompe». Allora proviamo con uno dei suoi autori, Michele Serra, è un vecchio compagno, che ne dite? «Da quando vive in campagna è diventato uno snob. A noi non ci vede neppure con il binocolo». Il principe Emanuele Filiberto? «È una star nazionalpopolare, ma sta con l’Udc. E poi dovremmo prenderci pure il suo tutore, il magico Pupo».
La commissione segreta era stremata. Dopo esser passata da un candidato fasullo all’altro, non sapeva più che pesci pigliare. Poi uno dei membri ebbe un colpo di genio: «Abbiamo preso in esame soltanto maschi. Perché non pensiamo a una donna? Il Pci, la Dc e tutti i loro discendenti non si sono mai affidati a una femmina. Forse è il momento di rompere una pessima tradizione».
L’esame ricominciò, questa volta dedicato alle signore. Concita De Gregorio, la direttora dell’Unità? «Graziosa, ma prevedibile. Scrive sempre lo stesso editoriale, dei brodetti noiosi». Lucia Annunziata? «Troppo professorale. In più è una sudista, sia detto senza offesa. Per contrastare la Lega abbiamo bisogno di un leader nordista».
Allora proviamo con Lilli Gruber, viene dall’Alto Adige, potrebbe andar bene? «No. È una donna meravigliosa, ma troppo innamorata di se stessa. Il suo 8 e mezzo sembra il boudoir della Signora Marchesa. Tutti guardano soltanto lei e non gli ospiti». La Debora Serracchiani? «È già sparita dalla scena, nessuno se la fila». Bianca Berlinguer? «Grande donna e grande cognome. Ma appartiene alla storia del vecchio Partitone Rosso». Ilaria D’Amico? «È vero che dal calcio è passata alla tivù politica, però è ancora una principiante, sia pure del genere Bellone Prorompenti».
Flavia Perina? «Bravissima, ma sta con Fini ed è una deputata di Berlusconi. Sveglia, compagni, non diciamo bestialità!». Barbara Spinelli? «È una saccente al cubo, si vede che è cresciuta alla scuola di Barbapapà Scalfari». E la Rosy Bindi? Non sarebbe un papa straniero, ma una formidabile papessa, non è così? «Non è così per niente. Si è rovinata a forza di apparire in tivù: sempre vestita di un nero luttuoso, capelli in disordine, petulanza insopportabile, una madre superiora con il frustino!».
La commissione riservata aveva perso tutte le speranze di trovare il Papa giusto. Poi la sera di venerdì 2 aprile, il problema si risolse da solo. La marchesa Gruber aveva invitato nel salottino il professor Massimo Cacciari, sino a qualche giorno prima sindaco di Venezia. Non poteva certo dirsi uno straniero. E non era più un ragazzo, essendo nato nel 1944. Ma si rivelò fortissimo. Spiegò che il Pd doveva pensare a se stesso e non parlare mai più di Berlusconi. Lo fece con una grinta tale da tramortire la Gruber e una bella politologa dalla chioma rossa. Entrambe estasiate.
I commissari segreti esultarono: «Ecco l’uomo giusto al posto giusto». Uno di loro obiettò: «E se Cacciari ci manda a quel paese?». «Pazienza. Non ci resterà che arruolare Pier Ferdinando Casini. Basterà fargli crescere una barba alla veneta. E il gioco sarà fatto!».
Giampaolo Pansa per il Riformista
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domenica 16 agosto 2009
E le dieci domande agli Agnelli?
L'eventuale frode fiscale di Gianni Agnelli non ha indignato nessuno.
Giuseppe D'Avanzo non si è scandalizzato.
Ezio Mauro non ha dieci domande da fare agli eredi del maggior casato imprenditoriale d'Italia.
Gad Lerner non ha tuonato sui vizi di un grande imprenditore.
"Stampa" e "Corriere" hanno taciuto e messo a riposo i loro commentatori.
Siamo di fronte a un grande scandalo del sistema informativo italiano.
I nostri colleghi scelgono gli imputati o gli imputabili.
Se appartengono alla loro stessa parte politica o sono nei consigli di amministrazione delle loro case editrici preferiscono sorvolare.
Gli altri, politici compresi, vanno invece additati al ludibrio della pubblica opinione.
Vi ricordate i guai di Berlusconi, escort comprese?
È successo un ambaradan fino a far traballare un governo che io non ho votato ma che è stato scelto dalla maggioranza degli italiani.
Giuseppe D'Avanzo non si è scandalizzato.
Ezio Mauro non ha dieci domande da fare agli eredi del maggior casato imprenditoriale d'Italia.
Gad Lerner non ha tuonato sui vizi di un grande imprenditore.
"Stampa" e "Corriere" hanno taciuto e messo a riposo i loro commentatori.
Avranno pensato che finché non c'è la prova certa della colpevolezza, il defunto Avvocato è innocente.
Peccato che per altri eventi giudiziari non hanno mostrato lo stesso rispetto del garantismo.
Peccato che per altri eventi giudiziari non hanno mostrato lo stesso rispetto del garantismo.
Siamo di fronte a un grande scandalo del sistema informativo italiano.
I nostri colleghi scelgono gli imputati o gli imputabili.
Se appartengono alla loro stessa parte politica o sono nei consigli di amministrazione delle loro case editrici preferiscono sorvolare.
Gli altri, politici compresi, vanno invece additati al ludibrio della pubblica opinione.
Vi ricordate i guai di Berlusconi, escort comprese?
È successo un ambaradan fino a far traballare un governo che io non ho votato ma che è stato scelto dalla maggioranza degli italiani.
Vi ricordate lo scandalo Unipol, quella telefonata con la tragica frase "Abbiamo una banca"?
Sono stati costruiti servizi e commenti per settimane e settimane.
Ora invece tutto tace.
Eppure siamo di fronte alla più grande truffa ai danni dello Stato, se sarà provata, ma nessuno si scandalizza, nessuno si interroga sul rapporti fra Agnelli (e i suoi intellettuali) e il Paese.
Poi vi chiedete perché vince Berlusconi.
Peppino Caldarola per Il Riformista
Poi vi chiedete perché vince Berlusconi.
Peppino Caldarola per Il Riformista
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venerdì 11 aprile 2008
Saggezza Riformista
VEDI PECORARO E DE GREGORIO E CAPISCI BOSSI
Pecoraro Scanio e De Gregorio, due volti della nuova questione meridionale.
L’uno giustizialista, l’altro ex giustizialista.
L’uno gira per le piazze a fomentare l’ambientalismo del no, anche quello moralmente impresentabile.
L’altro gira per le pizzerie ad alimentare la voracità di clientele allo stato nascente.
Sono la prova della inevitabilità di Umberto Bossi.
Con due politici meridionali così capisci la Padania.
il Riformista Venerdì 11 aprile 2008
Pecoraro Scanio e De Gregorio, due volti della nuova questione meridionale.
L’uno giustizialista, l’altro ex giustizialista.
L’uno gira per le piazze a fomentare l’ambientalismo del no, anche quello moralmente impresentabile.
L’altro gira per le pizzerie ad alimentare la voracità di clientele allo stato nascente.
Sono la prova della inevitabilità di Umberto Bossi.
Con due politici meridionali così capisci la Padania.
il Riformista Venerdì 11 aprile 2008
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