venerdì 4 luglio 2008

Povero Papa, proprio vero che non lo lasciano mai parlare

Neppure in un paese musulmano la TV di Stato organizza una maratona di una settimana per leggere il libro sacro.
In Italia ci pensa la RAI TV.
Per fortuna che in questo Paese la censura tappa la bocca al Santo Padre, che così non può portare il suo messaggio di pace, amore e comprensione alle sue pecorelle e al mondo...
per fortuna, sennò chissà che ci succedeva.



Nonostante tutto, non ci si comporta così

Continuo a pensare che era preferibile continuasse a fare la showgirl piuttosto che il ministro, e che il panorama delle sue chiappe potesse aiutare la Patria molto più delle sue esternazioni, ma comprendo che non si può mostrare il culo in eterno (anche se c’è chi lo fa in età ben più avanzata della sua). Sono pure convinto che le argomentazioni di Filippo Facci siano ben più che solide… almeno quanto le sullodate chiappe ai tempi d’oro.
Però, una cosa è contestare la vacuità politica di un ministro… un’altra è incenerirla pubblicamente dicendo e non dicendo che si tratta d’una pompinara (e a me, guardandola bene, dà pure l’idea di una che non è neppure tanto versata nelle arti lewinskiane).
Insomma, che schifo, ora mi tocca pure essere solidale con la Carfagna!

martedì 1 luglio 2008

Vacche sacre ad Arcore

Michele Serra è un insopportabile moralista, ma questa volta ci ha azzeccato assolutamente: leggendo si riconosce proprio l'impronta del Nostro :-)
(grazie a Blue Highways)

sabato 28 giugno 2008

BUSI GHIGLIOTTINA GASPARRI

Come Platinette con la sua maschera ci lavora, Gasparri lavora con la sua faccia, con la differenza che a Platinette per struccarsi e riacquisire il suo supposto decoro perduto basta un batuffolo di cotone, a Gasparri non resta che la ghigliottina.
Aldo Busi

martedì 24 giugno 2008

E poi parlano di Giustizia

Appare oggi sul Corriere una piccola notizia, che spiega tutto quello che c’è da sapere sulla giustizia del nostro Paese.
Nell’agosto del 2003, un gruppo nutrito di dipendenti dell’aeroporto di Malpensa viene filmato mentre è intento a rovistare nelle valigie dei passeggeri in partenza. Come giusto, i signori vengono rinviati a giudizio per furto aggravato.
Nelle more del procedimento (sono trascorsi solo cinque anni, in fondo, che volete che sia…), SEA, la società che amministra gli aeroporti milanesi e da cui dipendevano tali nobiluomini, decide di licenziarli in massa.

Alcuni di questi non ci stanno: “perché mai bisognerebbe licenziare qualcuno che, addetto allo smistamento dei bagagli, viene sorpreso a rovistare nelle altrui valigie?”, così fanno ricorso al giudice del lavoro.

E oggi, sul Corriere, appare la notizia: uno di questi ha vinto la causa, il giudice del lavoro ha ordinato la reintegrazione del lavoratore perché “SEA non ha indicato gli oggetti del furto contestato e le eventuali denunce dei passeggeri riferite al giorno di cui alla contestazione”.
Ecco, se qualcuno avesse bisogno di capire perché la nostra giustizia è a pezzi e i nostri magistrati sono indifendibili, rifletta su questo piccolo episodio.

Cosa c’è di più grave per un addetto allo smistamento bagagli dell’aprire le valigie altrui? Da quando violare la proprietà altrui, l’altrui intimità e riservatezza (nelle valigie ognuno dovrebbe essere libero di stipare quel che vuole, nei limiti di peso e di legge) è consentito impunemente?
Si tratta di una condotta in sé censurabile, che rappresenta una gravissima violazione della fiducia accordata al lavoratore, la stessa violazione che ci sarebbe se la signora delle pulizie organizzasse dei festini in casa nostra durante la nostra assenza.
Invece, quello che è ovvio per tutte le persone normali (“le valigie altrui non si aprono”) non è altrettanto ovvio in un tribunale della Repubblica e, come in Pinocchio, il furbo va impunito, mentre l’incolpevole viene mazziato.

Tardo sessantottismo, cieca lettura dei codici o condotta obbligata, sono vicende come questa che demoliscono la credibilità della casta togata, non hanno bisogno di detrattori esterni, a rovinarne il rispetto bastano le sentenze.