
martedì 22 settembre 2009
lunedì 21 settembre 2009
Non gli resta che uccidere il Caimano
Da una parte, la morte di sei nostri soldati che in Afghanistan rischiavano la vita anche per la nostra libertà. Dall’altra una manifestazione politica, fondata su presupposti sbagliati. Il vertice della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha garantito che l’incontro di Roma si terrà fra quindici giorni. Ecco un lasso di tempo utile a riflettere su alcune questioni.
La prima è una verità che non si può ignorare.
La sinistra ha attaccato di continuo i giornali indipendenti.
In un articolo pubblicato su Libero, ho provato come si sia condotto Massimo D’Alema a partire da Tangentopoli.
La sua radicata avversione per la libertà di stampa è stata identica a quella che oggi mostra Silvio Berlusconi.
D’Alema ha anticipato tutte le mosse del Cavaliere. (a proposito, nota mia, ve la ricordate la prima legge del Gabibbo?)
A cominciare dalla richieste spropositate di danni.
Presentate da Max all’Espresso e al Corriere della sera, così come adesso ha fatto il premier verso Repubblica e l’Unità.
Contro D’Alema la sinistra ha protestato? Ha portato in piazza i militanti? No, mai.
Perché contro il Caimano sì e contro Baffino d’Acciaio no? Ai posteri la non ardua sentenza.
La seconda questione riguarda il vero regista della manifestazione.
Il promotore ufficiale è il sindacato unico dei giornalisti.
Ma anche i bambini sanno che tutto avverrà perché lo ha deciso Repubblica.
Se il quotidiano diretto da Ezio Mauro fosse stato contrario all’iniziativa, la Fnsi e i superstiti partiti di centro-sinistra non si sarebbero mossi.
Ecco un dato sicuro sul quale riflettere, ripensando al passato.
Verso la fine degli anni Ottanta, Eugenio Scalfari, allora direttore di Repubblica, attuò una rivoluzione copernicana nel rapporto fra giornali e partiti.
Lui riteneva di essere più forte di qualunque leader politico. Il sole era Repubblica, mentre i partiti erano soltanto pianeti senza importanza che le ruotavano intorno. Ricordo che Eugenio ci diceva: «Quando i leader politici di oggi non ci saranno più, il nostro giornale sarà ancora qui, sempre più influente».
La rivoluzione copernicana di Scalfari riuscì soltanto a metà.
Chi l’ha condotta a termine è stato il successore, Mauro. Molto diverso da Scalfari, ben più radicale di lui, in sella da diciotto anni, direttore di grande capacità professionale, Mauro ha fatto di Repubblica il più forte partito della sinistra italiana.
Se il Partito democratico non morirà, il merito sarà soltanto suo. Anche in questo caso vale la prova contraria. Supponiamo che Repubblica si opponga al Pd, ai suoi leader, alla sua ossessionata battaglia contro Berlusconi. A sinistra troveremmo il deserto. Invece a sinistra domina Mauro con il giornale che dirige.
È in largo Fochetti che si decide l’agenda politica della sinistra italiana.
E adesso anche l’agenda della Fnsi.
Senza il sostegno costante di Repubblica, il capo del sindacato, Franco Siddi, sarebbe un giornalista quasi sconosciuto, escluso dalla tivù e dalle interviste.
In una democrazia parlamentare è normale questa condizione?
Penso di no. Ma la responsabilità di questa anomalia non è di Mauro.
È dei partiti, e non soltanto di quelli di sinistra.
Peggio per loro, per i capoccia della casta politica.
Hanno alle spalle il consenso di milioni di elettori, ma se ne stanno dimenticando.
Il terzo fatto su quale riflettere è la strategia messa in atto dalle sinistre per combattere Berlusconi.
Proprio perché sempre più deboli e sottomessi al super-comando di Repubblica, molti leader del centro-sinistra alzano di continuo il livello delle accuse al Cavaliere.
Con il risultato di accentuare un delirio antifascista contro un avversario che, pur sbagliando molte mosse, non può essere ritenuto un nuovo Mussolini.
È proprio questo l’errore tragico che stanno facendo.
Franceschini dichiara che «Berlusconi ricorda da vicino il fascismo con i suoi attacchi alla libertà di stampa».
Persino Bruno Tabacci, uno dei capi centristi, si è spinto a dire: «Contro Berlusconi ci vuole un Comitato di liberazione nazionale», senza rendersi conto di evocare un fantasma da guerra civile.
Su Antonio Di Pietro non è necessario aggiungere più nulla. Due giorni fa ha sostenuto che il premier è il nuovo Saddam Hussein.
E a questo punto non gli resta che uccidere il Caimano. O chiedere a Obama di inviare in Italia un robusto contingente militare. Con l’obiettivo di catturarlo e impiccarlo.
Non occorre essere dei maghi per avvertire i rischi di un clima tanto arroventato.
Nella storia esiste una catena inesorabile di eventi.
Non basta più lo scontro parlamentare?
Allora si va in piazza.
E se anche la piazza non basta, non resta che prendere il fucile.
Ma imbracciare le armi è sempre un pericolo mortale.
Non si può volere il ritiro da Kabul, come pretende Di Pietro, e poi considerare l’Italia un altro Iraq o un nuovo Afghanistan.
All’inizio degli anni Settanta, ho visto nascere in casa nostra il terrorismo di sinistra e di destra.
Nessuno lo riteneva possibile.
Sono stato uno dei pochi cronisti a scorgere per tempo quell’abisso.
I giornali di sinistra mi attaccavano, scrivendo che ero un visionario.
Poi tutto è accaduto in un attimo.
Per uscirne, ci sono voluti quasi vent’anni e centinaia di assassinati.
Vogliamo ricominciare?
In nome di una libertà di stampa che non è affatto scomparsa, che c’è, che non è mai stata così forte come oggi?
Giampaolo Pansa
giovedì 3 settembre 2009
Fatevi processare, puffoni!
Il senso della misura proprio gli manca.Passano anni a pubblicare ogni peto di qualche procuratore, a rovesciare ogni palata di letame sull’immagine pubblica e privata di un uomo descrivendolo chiaramente come un delinquente, conducono una sistematica campagna in cui la critica politica lascia abbondantemente il passo alla demolizione della dignità personale e, quando la vittima decide di reagire con gli strumenti che l’ordinamento giuridico pone a disposizione di tutti cittadini e a chiedere che tali condotte siano esaminate da un tribunale della Repubblica come per tutti i cittadini, si mettono a piangere e a urlare “come i fascisti”.
Di più, per rendere la cosa più melodrammatica, mettono in prima pagina l’attacco “alle donne”, evocando una condizione di inferiorità (quasi si potesse dire poverine, sono solo delle donne, lasciatele stare) che proprio loro dovrebbero combattere culturalmente.
E i fascisti, naturalmente, sarebbero gli altri.
Per una simile faccia di tolla c’è solo l’indimenticato grido risuonato un giorno in un corridoio di tribunale: “fatevi processare, [
martedì 1 settembre 2009
"De Benedetti?
Vi spiego chi è davvero"
l’ex ministro dell’Industria: "Negli anni '90 fece miliardi con le svendite dello Stato.
Craxi si oppose e fu eliminato con Tangentopoli.
Ora è Berlusconi l’ostacolo da far fuori per ricominciare gli affari"...
«Una montagna di miliardi comprando (a poco) dallo Stato e vendendo (a molto) per le sue tasche. Così hanno fatto i soldi - quelli veri - in tanti in quegli anni, compreso l'ingegner De Benedetti. E così sognano di farne ancora e di più. Un giochetto che Bettino Craxi e chi stava all'epoca con lui al governo non gli avrebbe mai permesso e per questo chi più chi meno siamo stati massacrati. Adesso la storia si ripete. E probabilmente ora l'ostacolo da abbattere si chiama Silvio Berlusconi».
Ex segretario del Partito Liberale, per quasi 10 anni ministro della Sanità e poi dell'Industria (proprio con il primo governo Craxi) Renato Altissimo fu uno dei testimoni oculari di quella stagione che portò prima alla rimozione della classe dirigente con Tangentopoli e dopo al grande sacco dell'Italia attraverso le privatizzazioni «all'amatriciana» di decine di aziende pubbliche.
«Storie che gridano vendetta - batte i pugni sul tavolo con la rabbia di chi ha già assistito allo stesso crimine -. Dietro i racconti di lenzuola, i siluri dei giornali di De Benedetti e dei suoi amici, e persino - di complemento - le litanie quotidiane di Franceschini e Di Pietro, c'è una posta altissima. Miliardi di euro».
Ma va'! C'è la crisi... in Italia tutti piangono che non c'è una lira. Dove sarebbe questo bengodi?
«Stavamo male anche agli inizi degli anni '90. Il debito pubblico era consistente. La lira si batteva con le altre monete con la forza di una piuma. E l'inflazione rischiava di mangiarsi i risparmi di imprese e lavoratori. Eppure proprio a quell'epoca c'è chi ha fatto i più grandi affari della sua vita, guadagnando in poco tempo migliaia di miliardi. Ovviamente il conto, salatissimo, è stato ancora una volta pagato dallo Stato».
Sia più chiaro. Lei era ministro dell'Industria e fino al 1992 segretario di uno dei partiti di governo, il Pli. Cosa è successo?
«Lo raccontava bene mercoledì scorso Geronimo sul Giornale. La sinistra mandata al governo da Tangentopoli, col sostegno palese, mai smentito, dell'Ingegner De Benedetti, ricambiò la cortesia consentendo la svendita di beni dello Stato - cioè di tutti - proprio al gruppo di Ivrea.
La vicenda più incredibile fu quella di Omnitel e Infostrada. La prima, ottenne la concessione per diventare il secondo gestore della telefonia mobile a urne aperte, era il 1994, appena in tempo per pagare il "debito di riconoscenza" prima della sorprendente vittoria di Berlusconi contro la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, D'Alema e compagni.
La seconda, Infostrada - cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato - fu ceduta all'Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila - ripeto - 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman. L'Ingegnere è diventato ricco. Lo Stato decisamente più povero».
Una rondine non fa primavera...
«Ma qui di rondini è pieno il firmamento! Altre plusvalenze miliardarie sono arrivate con Telecom, Seat-Pagine Gialle, Autostrade e così via. Per non parlare delle banche che appartenevano all'Iri. Oggi nessuno sa chi sono i veri proprietari delle grandi banche, tranne i soliti noti».
L'Ingegnere è stato più bravo di altri. Ha vinto sul mercato...
«Ma che mercato e mercato. Questo è capitalismo di rapina. Sulla Sme io stesso feci presente al presidente dell'Iri dell'epoca - sto parlando di Romano Prodi - che c'erano altri gruppi molto interessati a comprare l'azienda. Mi fu risposto picche, che di vendere la Sme proprio l'Iri non ci pensava nemmeno lontanamente. Tre mesi dopo aveva concluso la svendita a De Benedetti!».
Bettino Craxi da "Oggi" Possibile che fosse così facile far tanti soldi?«Mica per tutti. E mica così facile. Il primo problema era Craxi e la classe dirigente dell'epoca. Noi non avremmo permesso un tale saccheggio del Paese. Una delle ragioni importanti (e non certo la sola) che stavano dietro alla Operazione Mani pulite fu proprio la rimozione dell'ostacolo rappresentato da quella classe dirigente. Le inchieste colpirono in maniera chirurgica alcuni partiti e tennero fuori dalla mischia altri. Il Pci che sponsorizzava i capitani coraggiosi non fu raggiunto nemmeno da uno schizzetto di fango. La fattura fu saldata nel giro di qualche anno. E il prezzo per la collettività è stato altissimo».
Qual è il legame con la situazione odierna?
«La logica e gli interessi sono ancora gli stessi. O qualcuno pensa che le cannonate di Repubblica e L'espresso siano un capriccio dei direttori all'insaputa del loro editore? Il metodo è lo stesso. Far fuori chi governa per far posto a chi può saldare il conto. Una cosa però è molto diversa rispetto a prima».
Cosa?
«Vedo troppo nervosismo. Troppa fretta di dare la spallata. Forse, nonostante i tanti soldi guadagnati, sotto sotto quei gruppi si sono indeboliti e forse sono in difficoltà. Certo, con un governo amico, magari con a Palazzo Chigi qualche "neo" campione delle privatizzazioni, il panorama sarà più roseo...».
Il Giornale
domenica 30 agosto 2009
La verità gli fa male si sa...

Nel 1950 è stato proclamato il dogma dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria. Non solo dell’anima, si badi: anche del corpo. Questo ora, in quanto dogma, per i cattolici è un dato incontestabile e indiscutibile, diversamente si è eretici. Qualcuno però può obiettare: un corpo è qualcosa che consta di “pondere, numero et mensura”, cioè peso, numero e misura, come si legge nel Libro della Sapienza, XI, 20 e come poi scrive (salvo errori) anche San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica, proprio quando vuole distinguere lo spirito dalla materia. Se dunque Maria è stata assunta in cielo con un corpo umano che sarà più grande di dieci centimetri e più piccolo di dieci metri, peserà più di un chilo ma meno di una tonnellata, sarà in un determinato posto ma non in un altro posto (e certo non in tutti i posti), diviene legittima la domanda: Dov’è? Non c’è da offendersi: è la Chiesa che parla di “corpo”, non il miscredente; e un corpo, se è tale, è in un dato luogo.
Ebbene, queste argomentazioni che, non si trattasse della Vergine Maria, sarebbero tanto evidenti che l’interlocutore si offenderebbe a sentirsele esporre (“Mi prendi per un idiota?”) non sono sufficienti se si parla con un cattolico. In questo caso, la plastilina della verità riuscirà ad affermare che in cielo c’è un corpo che è un vero corpo umano – se no si andrebbe contro il dogma – ma non è un vero corpo umano, tant’è vero che non è in nessun posto, o è da qualche parte ma “in modo mistico”, cioè “In un modo che non so, non capisco, non posso spiegare, forse è assurdo, ma tu ci devi credere lo stesso”.
Non c’è ragione di insistere su questo genere di argomenti. Si usa dire che “la Fede è un dono” e non bisogna strapparlo a chi l’ha. Meno accettabile è un atteggiamento fideistico che interferisca con la concretezza e la politica, come si sta verificando oggi in Italia. Stavolta da un lato i cattolici si sono impegnati come un sol uomo a difendere Dino Boffo contro l’evidenza e dall’altro i credenti della sinistra, pur di dare addosso ad un giornale “berlusconiano”, sono anch’essi scesi in campo per difendere Boffo e la Chiesa, contro la verità.
Ecco una sintesi: a Berlusconi sono stati attribuiti comportamenti che non costituiscono reato e di cui non è stata fornita la prova, ma Berlusconi è colpevole; a Boffo sono stati attribuiti quanto meno comportamenti certificati da una condanna penale accettata dallo stesso interessato (che infatti ha patteggiato la pena), ma Boffo è innocente.
A questo punto, non rimane che assumerlo in cielo.
venerdì 28 agosto 2009
Vittorio Feltri: un uomo, un mito
Mi sarei stupito del contrario
Al Giornale comando io, non mi sento delegittimato come direttore
Raggiunto telefonicamente da Apcom, il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, non sembra troppo preoccupato dalla presa di distanza di Silvio Berlusconi dal suo editoriale di oggi.
"D'altra parte - afferma - il direttore del Giornale sono io e qui comando io. Lui è il presidente del Consiglio e comanda a Palazzo Chigi".
Feltri assicura di non sentirsi "delegittimato nelle vesti di direttore" per questo: "anche perché - spiega - il mio editore è suo fratello".
Altro che perdonanza e pentimento. È iniziata l’ora della vendetta, e la merda, dal ventilatore, raggiunge oramai tutti quanti.
In meno di una settimana, il quotidiano di via Negri ha cotto e servito De Benedetti, la Fiat, e ora sta passando ai vescovi.
Io provo imbarazzo e spavento, quando vedo tirata in ballo la vita privata dei singoli, ma questo vale per tutti.
E la mia difesa dell’altrui diritto alle proprie miserie si ferma di fronte alle condotte ipocrite di chi, conoscendo la propria trave, addita la pagliuzza nell’occhio dell’altro.
Così, pur umanamente vicino al povero direttore de l’Avvenire, non posso che dire che se l’è cercata: Quando si chiede purezza al prossimo, bisogna avere una storia più immacolata di una camicia lavata col Vanish.
condannato per molestie
Comincia così la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004.
Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia.
A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali.
Dove si chiacchiera, anche troppo, per tirar tardi la sera. C’è chi aveva orecchiato, chi aveva intuito, chi credeva di sapere.
Ma le chiacchiere non bastano a crocefiggere una persona.
O meglio bastano, sono bastate, solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e, più recentemente, Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili.
Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...».
Dino Boffo, 57 anni appena compiuti, è persona molto impegnata. O, come si dice quando si pesca nelle frasi fatte, vanta un curriculum di rispetto. È direttore di Avvenire da quindici anni, direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat 2000, il network radio-televisivo via satellite dei cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore.
Acuto osservatore della vita politica italiana e delle vicende che segnano il mutamento dei tempi e dei costumi, recentemente, in più d’una occasione, Boffo si è sentito in obbligo, rispondendo alle pressanti domande dei suoi smarriti lettori, di esprimere giudizi severi sul comportamento del presidente del Consiglio.
E, turbato proprio da quel comportamento, è arrivato a parlare di «disagio» e di «desolazione». Persino, e dal suo punto di vista è assolutamente comprensibile, di «sofferenza». Quella sofferenza, per citare testualmente quanto ha scritto ancora pochi giorni fa, sul giornale che dirige «che la tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato». Questa riflessione l’ha portato a esprimere, di conseguenza, più e più volte il suo desiderio più fervido, ovvero il «desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all’altezza del loro ruolo».
Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori».
I primi due non hanno bisogno di presentazione, l’ultimo, per la cronaca, è l’arcivescovo di Firenze.
Si dice che le voci corrono. Ma, alla fine, su qualche scrivania si fermano.
il Giornale
Per inciso: al di là del disgustoso italiano con il quale scrivono i nostri Carabinieri, c'è una cosa che non ho capito: Boffo era "attenzionato" perché uso a molestare i mariti o perché omosessuale?
sabato 9 maggio 2009
Comicità involontaria
Sono sicuro sarà un successo.
Ma il Demonio a volte ci mette la coda e, allora, i titolisti si distraggono, guardate la didascalia per il numero 8:
domenica 29 marzo 2009
Al termine della Messa, in attesa del Messia
Solo quest’oggi, a pranzo dai miei, ho visto “il più grande studio televisivo del mondo”, come lo definivano sul Giornale, ed effettivamente era colossale.
Non ho quindi ascoltato né il discorso di Fini, né quelli di Berlusconi.
Conosco abbastanza le dinamiche di assemblee e congressi per sapere che, a prescindere da quanto liberamente si intervenga sul podio, sono in realtà uno strumento di ratifica di equilibri preesistenti, e so anche che i discorsi dei leader sono, appunto, discorsi.
Di tutto il berlusconismo, anch’io trovo che, dopo il “discorso della calza”, il resto sia essenzialmente una riedizione, del resto l’uomo è uomo del fare, non uno celebre come poeta od oratore, e quindi, essendo anche un poco impegnato in questi giorni, non credo mi cercherò il filmato da vedere.
Detto questo, l’analisi di Polito mi pare interessante, e ve la propongo.
Buona lettura.
L'enigma del berlusconismo Ho rivisto anch'io, in questi giorni, il «discorso della calza». 26 gennaio '94. Non ho dovuto fare la mia brava e tardiva autocritica solo perché l'avevo già fatta da tempo: anch'io non avevo capito la portata e la durata di quella fondazione... |
il Riformista
martedì 24 marzo 2009
Verso il regime, a 300 km/h!
Ora fa anche il capotreno… ci manca solo la battaglia del grano e una qualche guerra per conquistare il posto al sole (le spiagge di Sharm El-Sheikh non valgono), e poi il regime sarà completo!(battute a parte: sembra incredibile ma i lavori della Milano-Roma sono finiti, Deo gratias)
foto da "il Riformista"
giovedì 12 marzo 2009
Nonostante Franceschini, ragioni per rivotare il Cavaliere non ce n’è…
Povero Franceschini.
"Guida" un partito che ogni giorno perde più voti di quanti capelli restano sul guanciale del Cavaliere.
A sinistra c'ha i rossi.
A destra i di pietrini.
In giro i grilletti (quelli di Beppe Grillo).
È disperato, non sa come fare per contenere le perdite.
E allora spara cazzate a go go.
Così tante da iniziare a diventare fastidioso, lui col suo maglioncino (che per inciso, viene comunque dopo il casualwear del mostro di Arcore).
Dopo di che, purtroppo Berlusconi non farà affatto la svolta decisionista e le altre cazzate di cui farnetica il su-Dario (© Dagospia): i suoi sono solo proclami, tanto sa di non avere la forza per metterli in pratica a norma di Costituzione.
Perciò non c'è alcuna buona ragione per tornare a votarlo.
martedì 25 novembre 2008
Ha vinto Luxuria, ossia la rassicurante solidità della mamma italiana...
Complimenti, ma non è una rivoluzione: il "genere" era già stato abbondantemente sdoganato da Platinette, e prima ancora da Moana Pozzi.
Tutte e tre rappresentano la trasgressione rassicurante: persone che, a dispetto del loro lavoro o del loro apparire sono per bene, intelligenti e tranquille, l'ideale per far sentire il pubblico moderno e conservatore allo stesso tempo.
Io ho sempre sostenuto che il caro Mauro Coruzzi sarebbe un eccellente leader per il centrodestra italiano, ma lo sarebbe anche Luxuria, che non è comunista, è solo trans... e lo sarebbe stata la Pozzi... ci è andata male, e ci siamo dovuti accontentare del nano, molto meno avvenente, anche se spesso più truccato :-).
lunedì 24 novembre 2008
Berlusconi-Hitler: la solidarietà di Cossiga
martedì 22 luglio 2008
Telecom affaire: il Gabibbo guarda nella sfera di cristallo
Detto questo, l’articolo apparso su Repubblica e un commento apparso su l’Opinione mi offrono il destro per tre previsioni.
La prima è che, oltre agli schizzi, l’affaire Telecom non produrrà altro, perché troppi rischiano di macchiarsi.
La seconda è che – nonostante Repubblica – i diessini ne usciranno immacolati o quasi.
Repubblica fa dire a Tavaroli: “Fu un lavoraccio, l'inchiesta "Oak Fund". Per quel che poi ha scritto Cipriani nel dossier chiamato "Baffino", ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella pancia di trecento società in giro per l'Europa per poi approdare a Londra nel conto dell'Oak Fund, a cui erano interessati i fratelli Magnoni (Giorgio, Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europe) e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino.” Ma l’esito è scontato poiché Tavaroli continua e dice: “Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo "esponenti politici..."…”
Ecco, io non nutro necessariamente la convinzione che i soldi siano andati davvero ai diessini, ma non mi curo di questo, perché so che tanto non indagherà nessuno…
La terza, scontata, previsione è che finirà che – non potendo coinvolgere i diessini – il ventilatore schizzerà il nano malefico. Un modo per tirarlo dentro lo si trova sempre, e su l’Opinione ci viene accuratamente spiegato il come.
Nulla di nuovo sotto il sole…
martedì 1 luglio 2008
Vacche sacre ad Arcore
(grazie a Blue Highways)
martedì 15 aprile 2008
Previsioni del tempo
In una tiepida giornata di inizio estate, l’A319 della Presidenza del Consiglio dei Ministri è atterrato nella capitale degli USA.
A bordo, Silvio Berlusconi per una visita “prima di tutto di piacere, all’amico George” .
Ad attenderlo a terra, il presidente degli Stati Uniti che ha abbracciato calorosamente “l’amico Silvio, che mi è molto mancato in questi due anni”.

Una misteriosa epidemia di attacchi d’ulcera sembra avere investito il nostro Paese.
Poco fa, diverse migliaia di cittadini si sono presentati al pronto soccorso degli ospedali in preda a dolorosissimi spasmi e incontenibili bruciori alla bocca dello stomaco.
Interpellati dai sanitari sembra che molti abbiano risposto “stavo guardando il telegiornale, quando all’improvviso…”.
I limiti personali e il giudizio della storia...
Io capisco che il giudizio di molti sia traviato dal pregiudizio ideologico, dalla cattiva stampa e dall’autolesionismo del pelato.
Ma invito a riflettere.
Churchill sì era un ubriacone, che si presentava alticcio in Parlamento.
La nostra storia patria racconta di capi del governo quantomeno discutibili, che però sono chiavi di volta della costruzione di questo Paese.
La stessa Bibbia racconta di esseri spesso spregevoli, sicuramente opinabili nelle condotte, ai quali Nostro Signore ha dato il compito di guidare Israele (leggetevi il libro dei “Giudici”).
Insomma, non sono i limiti personali a contare, ma ciò che si fa nella storia (anche solo quella con la minuscola).
E qui, mi spiace, ma tutte le gaffe e le stupidaggini che il nostro ha fatto, non cancellano né la sua storia professionale (che in altri paesi sarebbe celebrata come espressione del genio nazionale), né il fatto che da politico è stato uno dei pochi ad avere il coraggio di prendere delle decisioni, e di mantenerle.
È stato in armi per cinque anni di fila a fianco dello stesso alleato (non succedeva in Italia dai tempi di Annibale), ha modificato radicalmente il mercato del lavoro, generando un’onda lunga di occupazione che ancora si mantiene, ha avuto il coraggio di mettere mano al verminaio delle pensioni, con un senso di responsabilità che è mancato a chi l’ha seguito, ha provato a riformare la Costituzione, con proposte che sono state strumentalmente combattute dai suoi oppositori, ma che guarda caso sono tornate nelle loro stesse tesi sulla riforma dello Stato.
Siamo d’accordo? non lo siamo? era tutto giusto? era tutto sbagliato?
Chi lo sa, osservo solo che Cavour ci mandò in guerra in Crimea, un’impresa in sé inutile, ma funzionale all’acquisto delle coperture internazionali necessarie per la costruzione dell’unità d’Italia.
Quintino Sella approvò la tassa sul macinato: grazie a lui e alla Destra storica, l’Italia post risorgimentale rimise a posto i conti dello Stato.
Nessuno dei due sembra si tingesse i capelli ma, sinceramente, la vanità tricologica sembra fosse anche di Ronald Reagan, un ex attore di B movie con la passione per le barzellette: con i suoi missili costrinse alla resa l’impero sovietico, vide cadere il muro di Berlino ed è ora celebrato come un eroe americano da repubblicani e democratici insieme.
Insomma…
lunedì 14 aprile 2008
E ora, Silvio, fai l’ultimo “miracolo italiano”
Neppure un turacciolo di sughero sarebbe stato capace di tornare a galla come lo è stato lui, dopo tutto quello che è successo in questi quindici anni.
Non sono bastante inchieste, scandali, un tumore, più tradimenti e sconfitte: lui ha resistito, e ha vinto ancora.
Se c’è un “miracolo italiano” questo è proprio Silvio Berlusconi.
Detto questo, se ora un miracolo lo facesse lui, per noi, non sarebbe male.
Dia ascolto a quello che con malvagità ha detto Francesco Merlo, si trasformi in statista.
È già il politico più serio di questa disgraziata epoca della Repubblica, l’unico convinto che la moralità in politica sia mantenere la parola data.
Ecco, lo faccia senza corna, battute sceme, atteggiamenti da studente gradasso.
Guidi il Paese con la coscienza della gravità del momento e della grandezza delle opportunità che pur ci sono.
Faccia le scelte che sono necessarie.
Il federalismo fiscale certo, che sarà il prezzo da pagare alla Lega, in fondo neppure caro.
E poi però le riforme, da fare con l’opposizione.
Quella costituzionale, quella della giustizia, tutte le altre che servono.
Lo faccia senza trasformarsi in uno di quei buffoni che credono di essere seri solo perché non ridono mai.
Ma lo faccia ricordandosi che la forma è anche sostanza, e che la fiducia di un Paese si conquista e si perde anche con cose minori.
In passato ha citato Reagan e la Tatcher, li segua.
Non si accontenti di esserlo, appaia anche un uomo di Stato.
Faccia questo miracolo, sarà ricordato per gli anni a venire.
mercoledì 9 aprile 2008
Uòlter, ossia: l’antipolitica
L’amico è sulfureo.
Lui sarebbe pure un elettore del PD: storico sostenitore delle liste radicali, già nel 2006 votò per Prodi (coperto di contumelie dal sottoscritto, prima durante e dopo le elezioni) per sostenere la sua Emma Bonino.
Quest’anno è molto dubbioso: la sua idea sarebbe di andare alle urne e disegnare un bel fallo sulle schede.
Ogni tanto però sente la Bonino su Radio Radicale, e allora si lascia commuovere dal passato ed è tentato di ridarle il voto.
Poi per fortuna sente Uòlter-mai-stato-comunista, e allora riprende a esercitarsi su un quadernetto, per disegnare quel fallo nella maniera migliore.
Non aspetta i miei insulti, per riprendere subito lo sfogo.
“Tutti e due si candidano per guidare ilo Governo, tutti e due sperano di andare a giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, e lui se ne esce fuori con questa storia del patto da firmare davanti alle telecamere, ma che senso ha?”.
E questa riflessione contiene in sé qualcosa di dirompente.
Il leader dello schieramento che accusa Berlusconi di fare spettacolo e non politica ha in un colpo solo delegittimato uno dei più sacri momenti della nostra democrazia, il giuramento di fedeltà alla Costituzione nelle mani del Capo dello Stato, per sostituirlo con una scrittura privata tra i candidati, da firmarsi davanti alle telecamere.
Addio istituzioni, benvenuta televendita.
Vincino dice di Veltroni che è “il Berlusconi del giorno dopo”, senz’altro, ma anche del giorno prima, perché con i suoi gesti rivela la strumentalità di tutti i principi che lui e la sua parte vanno declamando da sempre.
Veltroni è l’antipolitica, perché è nel suo DNA intendere la politica non come arte del governo, ma come strumento del partito, unico protagonista della vita dello Stato. Può dire quel che vuole, può improvvisare tutti i balletti di questa terra, ma pur non essendo mai stato comunista, la filosofia di quel partito gli appartiene.
lunedì 7 aprile 2008
Per chi vota il Gabibbo
Il Paese è troppo nei guai per lasciarlo in preda delle crisi adolescenziali di una parte politica che si balocca ancora con le illusioni dei propri sedici anni.
Ciò però significa “augurarsi” che a vincere sia la coalizione guidata da Silvio Berlusconi?
E qui casca il Gabibbo, perché sono mesi oramai che “faccio il difficile”: e una volta è la camicia da Tony Manero, un’altra è il comizio riciclato, un’altra è la solita battuta del cavolo, e via…
La verità è che è successo quello che non avrei mai creduto: mi sono stufato.
Per anni, come molti altri liberali, ho votato per Silvio Berlusconi proprio perché era lui, perché, pur sapendo che lui è liberale quanto io sono buddista, lo reputavo l’unico elemento di novità e di libertà (sia pure una libertà “animale” e non certo politica) del nostro panorama.
Solo che “gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano” e la vita un po’ ti cambia, e ti scopri sempre meno disposto a mediare tra te, le tue convinzioni, la realtà che ti circonda e questa volgare cosa per cui devi scegliere necessariamente tra la padella e la brace.
Così, tanti auguri Cavaliere, “spero” che Lei vinca, ma lo farà senza il mio voto.
Non ce la faccio, non riesco a sostenere “Dio, Patria e Famiglia” senza dover metter mano ai farmai per i bruciori di stomaco.
Non credo che la salvezza della Patria e dell’Occidente possa essere ottenuta trasformandoci in una società clericale, che si differenzia da altre solo perché i nostri preti sono un po’ più mondani.
Non credo che i valori di uguaglianza che dovrebbero permeare una società liberale siano un argomento su cui si possano fare sconti, solo per non dover dire no a quale tonaca.
Non credo che la sicurezza sia un feticcio al quale sia lecito sacrificare le garanzie e le libertà individuali.
Ora, poiché queste posizioni sono oramai comuni a PD e PDL, uno la copia dell’altro, con i leader che fanno a gara a baciare crocifissi, per me – che il PD comunque non l’avrei votato giacché la sua visione della cosa pubblica (Stato ed economia) mi provoca l’eritema –non c’è proprio scelta.
Caro Cavaliere, come scrive Daw, non sono io a non essere più berlusconiano, è Lei a non essere più Berlusconi.
A questo punto però, visto che m’hanno fregato anche quest’anno ai seggi, e che quindi la fatica è minima, voterò, ma non per l’uomo la cui discesa in campo del ‘93 è oramai solo un bel ricordo.
Voterò alla Camera per i Socialisti e al Senato per quei quattro sfigati del Partito Liberale.
Sarà come annullare la scheda, lo so, ma non importa: se proprio il mio voto deve essere inutile, almeno che sia dignitoso.