martedì 1 dicembre 2009
HIV: una petizione per suor Letizia
A Milano, per esempio, una lodevole iniziativa è da tempo abbandonata nell’incuria municipale: il sistema delle macchine scambia siringhe, che permette di eliminare dalla circolazione siringhe potenzialmente infette (ah, poveri bimbi nei parchi!) e di evitare la trasmissione dell’HIV tra i cittadini tossicodipendenti.
Le posizioni proibizioniste e beghine della signora Moratti le conosciamo tutti, nondimeno non mi voglio arrendere all’idea che quella che una volta era la “metropoli europea” ne resti ostaggio, favorendo così la diffusione dell’HIV.
Per questo ho firmato e invito a firmare la petizione per la “riduzione del danno” da tossicodipendenza che i radicali propongono ai residenti milanesi.
Se avete un minuto, fate qualcosa di più di indossare un fiocchetto rosso una volta l’anno e andate su http://www.firmiamo.it/sign/petition/scambiasiringhe per sottoscrivere la petizione.
Anche se dei tossici non ve ne fregasse un accidente, pensate al costo economico e sociale che ogni contagio evitato permette di risparmiare: siate “egoisti”, e firmate.
lunedì 1 dicembre 2008
Un giorno, questo sarà solo il primo giorno di dicembre.
Riflettendo su questa data, ripensando al passato, ho rivisto il sorriso di Rita.
Arrivò un giorno, avrò avuto sei anni, con la mamma e i suoi fratelli più grandi, nel nostro palazzo. Era una bambina piena di energia e per qualche anno fummo amici inseparabili.
Solo che lei era un poco più grande di me e, a un certo punto, le cose cambiarono: mentre io ero ancora un bambino, lei diventava una giovane donna.
Crescendo la sua bellezza esplose, era quella che bellezza di cui solo le giovani donne mediterranee sono capaci: lunghi capelli mossi corvini, due occhi nocciola profondi, un sorriso che ti catturava. Divenne pure miss qualche cosa.
Era troppo bella, di quella bellezza che ti rende accolta ovunque, che sembra aprirti ogni porta, che sembra rendere tutto così facile e la vita solo una promessa di gioia. Credette a quella illusoria promessa, e la bambina che era stata compagna di giochi divenne presto una donna, attratta dalla vita a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta.
Come tante sue coetanee e suoi coetanei di quegli anni, si lasciò catturare dalla tentazione di vivere ogni possibilità, anche la più rischiosa, purchérendesse ancora più brillante quella luce che sembrava brillare davanti all’ansia di vita e di scoperta di quegli anni. Ma, quella luce, era in realtà quella della fiamma che stava consumando una generazione, in un caleidoscopio di esperienze che finivano spesso nell’eroina.
Fu così che il volto luminoso di quella bambina mutò in un’espressione stanca. Con gli anni, i tentativi di riconquistare la vita, che a volte illuminavano di speranza la madre per poi disperarla di nuovo. Infine, la malattia.
A un certo punto iniziò a stare male. Nulla di specifico, a sentir la mamma. Ma “inspiegabili” febbri, violente influenze, ricoveri sempre più frequenti per cose che alla sua età sarebbero state materia da aspirina. Infine, una polmonite, e un lungo ultimo ricovero.
Rita è morta un giorno nella prima metà degli anni ottanta, lasciandoci il sorriso di una bambina bellissima uccisa dalle illusioni e dall’AIDS.
La sua è la storia di un’epoca lontana. Dalla fine degli anni novanta del secolo scorso l’HIV non è -se affrontato in tempo- sinonimo di AIDS, non è necessariamente una condanna a morte, tanti farmaci dal nome stranissimo promettono di impedire all’ospite indesiderato di replicarsi, spostando sempre più in là il confine, dando la forza per trovare il coraggio di vivere ogni giorno e di avere fiducia nel futuro.
Un caro amico che ho avuto l’onore di conoscere in questi mesi m’ha raccontato il suo incontro con l’HIV, nella metà degli anni ottanta, quando all’inizio di un percorso di disintossicazione, scoprì di essere “positivo”.
Per lui, in quei giorni, continuare non aveva più senso ma fu fortunato: il medico del SERT che seguiva la sua disintossicazione lo convinse che, se pure poteva restargli poco da vivere, era meglio viverlo bene.
Quel mio amico è ancora qui, è il ritratto della salute, e accoglie con bonomia chi, con magari vent’anni meno di lui, scopre spaventato questo subdolo imbucato nel proprio sangue.
Incontrare lui, e i suoi “colleghi”, persone tra loro così diverse mi ha aperto gli occhi.
Mi ha ricordato come, nelle avversità, la parte migliore di noi riveli che non è morta, ma s’era solo ritirata in disparte, in attesa di poter soccorrere qualcuno in un momento di tristezza, di poter gioire perché un bimbo è nato senza ereditare il virus dalla mamma, di rassicurare chi attende con trepidazione i risultati "del test", di condividere le battaglie di ogni giorno.
Lui e i suoi compagni d'avventura non li riconoscereste mai, io non li avrei mai riconosciuti: sono ragazze, ragazzi, studenti, operai, imprenditori, padri e madri di famiglia, rimasti infettati nelle maniere più diverse.
Si nascondono nella folla, per non perdere il lavoro, per non dover rassicurare tutti i giorni dicendo che “no, non sono contagioso”, oppure che “no, non sto per morire, mamma”, per non dover spiegare che talvolta ci vuole molto più eroismo a vivere la vita di ogni giorno, che a prendere tre pastiglie.
A tutti loro, a quelli che conosco e alle decine di milioni di nostri fratelli e sorelle per i quali oggi è un giorno purtroppo “speciale” va il mio abbraccio: un giorno, tutti quanti, troveremo il nostro raggio di sole, che ci scalderà e ci renderà liberi. Ci credo.
Fino ad allora, mi raccomando, ricordare tutti: profilattico e test! ;-)
venerdì 28 novembre 2008
Una lettera dalla LILA: caro Governo, sull'AIDS proprio non va
Al prof. Ferruccio Fazio Egregio Prof. Ferruccio Fazio,
E’ nostro compito rimettere questa risoluzione alla sua attenzione, nella speranza sia presto calendarizzato un elenco di iniziative volte renderla efficace per il nostro territorio con mezzi e strategie opportune. |
L'immagine della testata del blog è stata modificata da quella del sito della LILA.
lunedì 24 marzo 2008
Il Gabibbo a fianco del "compagno Mauro"
Dal mio punto di vista, chiunque abbia l’ardire di professarsi comunista andrebbe almeno internato, assieme ai suoi colleghi nazisti e scarti del genere, essendo tutta questa gente un potenziale pericolo per la società intera.
Però, credo che la superiorità dello Stato liberale sia condizionata al fatto che lo stesso cerchi almeno di rispettare i propri principi.
Nelle nostre carceri, lo Stato liberale è lontano, molto lontano, grazie al sovraffollamento, a strutture indegne della nostra società, a una cultura delle regole vergognosa, che trasforma tropo spesso i reclusi in “senza diritti”, spesso addirittura non per abusi dei singoli, ma per precise direttive organizzative.
In questi giorni, un probabile terrorista sta lottando dalla sua cella per i diritto a essere curato in modo umano.
Che sia un probabile terrorista non me ne importa un fico.
È un nostro concittadino, è un nostro simile al quale la Costituzione garantisce il nostro stesso diritto all’assistenza sanitaria.
Ecco perché il Gabibbo manda il suo incoraggiamento a questo pazzo pericoloso, che lotta contro l’HIV e contro un sistema carcerario ottuso.
In bocca al lupo, compagno Mauro!