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lunedì 5 aprile 2010

Un Papa per il PD, conclave semiserio per trovare un sostituto di Bersani

Come la Chiesa cattolica, anche il Partito democratico dovrà cercarsi un papa straniero. Il monito di Ezio Mauro, scolpito su Repubblica, destò scalpore ai piani alti del Partito democratico. Alcuni si irritarono per l’ingerenza di un giornale nella vita del partito. Pier Luigi Bersani, con il suo aplomb piacentino, mormorò: «Non sapevo di essere un papa italico. D’ora in poi, andrò ai comizi in sedia gestatoria».


Ma i più si eccitarono: «Se lo dice Mauro, dobbiamo credergli. Cerchiamolo subito un leader che non venga dalla nomenclatura del partito, né dal vecchio Pci e nemmeno dai surrogati messi in pista dopo il 1989».
Detto fatto, anche sull’onda della sconfitta nelle elezioni regionali, venne formata una commissione riservata, anzi segreta, con l’incarico di prendere in esame le figure papabili. I lavori non dovevano trapelare all’esterno. Ma sappiamo come vanno queste faccende. C’è sempre chi parla. Tanto che il Bestiario è in grado di rivelare i nomi in discussione e il giudizio che ne venne dato.


Si cominciò dallo scrittore Roberto Saviano, molto gradito a Repubblica. Ma venne subito scartato con un verdetto senza appello: «Buono per la scrittura, non per il partito. In più, a causa di sacrosanti motivi di sicurezza, non sapremmo mai dove rintracciarlo». Da Saviano si passò a Michele Santoro: «Lui ci farà diventare comparse di Annozero, per di più senza gettone». Giovanni Floris? «No, stravede soltanto per la Polverini e prima o poi diventerà il suo spin doctor». Marco Travaglio? « Macché, lui vorrà come vice tre pubblici ministeri che scopriranno tutti i nostri altarini».


Il grande politologo Giovanni Sartori? «Troppo pervaso di previsioni cupe. Spedirà sotto terra il morale del partito». Eugenio Scalfari? «Troppo pieno di sé. Ci obbligherà a mandare a memoria tutte le sue prediche domenicali». Furio Colombo? «Troppo collerico. Passerà le giornate a leggere la vita all’intero vertice del Pd. Le sue urla le sentiranno fino alla villa di Arcore e il Caimano ne gioirà». Paolo Flores d’Arcais? «Ma siamo pazzi? È un giacobino sanguinario e metterà su una ghigliottina per segarci». Roberto Benigni? «Bravo comico, ma pessimo politico. Vorrà prenderci tutti in braccio come fece con quel santo di Enrico Berlinguer. Però ci siamo imborghesiti e molto ingrassati. Ci lascerà precipitare a terra uno dopo l’altro: una catastrofe mai vista».


E Fabio Fazio? «Un viso pallido, da gatta morta. E poi la sua spalla, la Littizzetto, non lo farà muovere dalla tivù, sennò il loro giocattolo si rompe». Allora proviamo con uno dei suoi autori, Michele Serra, è un vecchio compagno, che ne dite? «Da quando vive in campagna è diventato uno snob. A noi non ci vede neppure con il binocolo». Il principe Emanuele Filiberto? «È una star nazionalpopolare, ma sta con l’Udc. E poi dovremmo prenderci pure il suo tutore, il magico Pupo».


La commissione segreta era stremata. Dopo esser passata da un candidato fasullo all’altro, non sapeva più che pesci pigliare. Poi uno dei membri ebbe un colpo di genio: «Abbiamo preso in esame soltanto maschi. Perché non pensiamo a una donna? Il Pci, la Dc e tutti i loro discendenti non si sono mai affidati a una femmina. Forse è il momento di rompere una pessima tradizione».


L’esame ricominciò, questa volta dedicato alle signore. Concita De Gregorio, la direttora dell’Unità? «Graziosa, ma prevedibile. Scrive sempre lo stesso editoriale, dei brodetti noiosi». Lucia Annunziata? «Troppo professorale. In più è una sudista, sia detto senza offesa. Per contrastare la Lega abbiamo bisogno di un leader nordista».


Allora proviamo con Lilli Gruber, viene dall’Alto Adige, potrebbe andar bene? «No. È una donna meravigliosa, ma troppo innamorata di se stessa. Il suo 8 e mezzo sembra il boudoir della Signora Marchesa. Tutti guardano soltanto lei e non gli ospiti». La Debora Serracchiani? «È già sparita dalla scena, nessuno se la fila». Bianca Berlinguer? «Grande donna e grande cognome. Ma appartiene alla storia del vecchio Partitone Rosso». Ilaria D’Amico? «È vero che dal calcio è passata alla tivù politica, però è ancora una principiante, sia pure del genere Bellone Prorompenti».


Flavia Perina? «Bravissima, ma sta con Fini ed è una deputata di Berlusconi. Sveglia, compagni, non diciamo bestialità!». Barbara Spinelli? «È una saccente al cubo, si vede che è cresciuta alla scuola di Barbapapà Scalfari». E la Rosy Bindi? Non sarebbe un papa straniero, ma una formidabile papessa, non è così? «Non è così per niente. Si è rovinata a forza di apparire in tivù: sempre vestita di un nero luttuoso, capelli in disordine, petulanza insopportabile, una madre superiora con il frustino!».


La commissione riservata aveva perso tutte le speranze di trovare il Papa giusto. Poi la sera di venerdì 2 aprile, il problema si risolse da solo. La marchesa Gruber aveva invitato nel salottino il professor Massimo Cacciari, sino a qualche giorno prima sindaco di Venezia. Non poteva certo dirsi uno straniero. E non era più un ragazzo, essendo nato nel 1944. Ma si rivelò fortissimo. Spiegò che il Pd doveva pensare a se stesso e non parlare mai più di Berlusconi. Lo fece con una grinta tale da tramortire la Gruber e una bella politologa dalla chioma rossa. Entrambe estasiate.


I commissari segreti esultarono: «Ecco l’uomo giusto al posto giusto». Uno di loro obiettò: «E se Cacciari ci manda a quel paese?». «Pazienza. Non ci resterà che arruolare Pier Ferdinando Casini. Basterà fargli crescere una barba alla veneta. E il gioco sarà fatto!».


Giampaolo Pansa per il Riformista

lunedì 21 settembre 2009

Non gli resta che uccidere il Caimano

L’unica conseguenza positiva del massacro di Kabul è stato il rinvio della grande adunata in difesa della libertà di stampa. Mi rendo conto di affiancare due fatti tragicamente diversi.
Da una parte, la morte di sei nostri soldati che in Afghanistan rischiavano la vita anche per la nostra libertà. Dall’altra una manifestazione politica, fondata su presupposti sbagliati. Il vertice della Fnsi, il sindacato dei giornalisti, ha garantito che l’incontro di Roma si terrà fra quindici giorni. Ecco un lasso di tempo utile a riflettere su alcune questioni.

La prima è una verità che non si può ignorare.
La sinistra ha attaccato di continuo i giornali indipendenti.
In un articolo pubblicato su Libero, ho provato come si sia condotto Massimo D’Alema a partire da Tangentopoli.
La sua radicata avversione per la libertà di stampa è stata identica a quella che oggi mostra Silvio Berlusconi.
D’Alema ha anticipato tutte le mosse del Cavaliere. (a proposito, nota mia, ve la ricordate la prima legge del Gabibbo?)
A cominciare dalla richieste spropositate di danni.
Presentate da Max all’Espresso e al Corriere della sera, così come adesso ha fatto il premier verso Repubblica e l’Unità.

Contro D’Alema la sinistra ha protestato? Ha portato in piazza i militanti? No, mai.
Perché contro il Caimano sì e contro Baffino d’Acciaio no? Ai posteri la non ardua sentenza.

La seconda questione riguarda il vero regista della manifestazione.
Il promotore ufficiale è il sindacato unico dei giornalisti.
Ma anche i bambini sanno che tutto avverrà perché lo ha deciso Repubblica.
Se il quotidiano diretto da Ezio Mauro fosse stato contrario all’iniziativa, la Fnsi e i superstiti partiti di centro-sinistra non si sarebbero mossi.

Ecco un dato sicuro sul quale riflettere, ripensando al passato.
Verso la fine degli anni Ottanta, Eugenio Scalfari, allora direttore di Repubblica, attuò una rivoluzione copernicana nel rapporto fra giornali e partiti.
Lui riteneva di essere più forte di qualunque leader politico. Il sole era Repubblica, mentre i partiti erano soltanto pianeti senza importanza che le ruotavano intorno. Ricordo che Eugenio ci diceva: «Quando i leader politici di oggi non ci saranno più, il nostro giornale sarà ancora qui, sempre più influente».

La rivoluzione copernicana di Scalfari riuscì soltanto a metà.
Chi l’ha condotta a termine è stato il successore, Mauro. Molto diverso da Scalfari, ben più radicale di lui, in sella da diciotto anni, direttore di grande capacità professionale, Mauro ha fatto di Repubblica il più forte partito della sinistra italiana.
Se il Partito democratico non morirà, il merito sarà soltanto suo. Anche in questo caso vale la prova contraria. Supponiamo che Repubblica si opponga al Pd, ai suoi leader, alla sua ossessionata battaglia contro Berlusconi. A sinistra troveremmo il deserto. Invece a sinistra domina Mauro con il giornale che dirige.

È in largo Fochetti che si decide l’agenda politica della sinistra italiana.
E adesso anche l’agenda della Fnsi.
Senza il sostegno costante di Repubblica, il capo del sindacato, Franco Siddi, sarebbe un giornalista quasi sconosciuto, escluso dalla tivù e dalle interviste.

In una democrazia parlamentare è normale questa condizione?
Penso di no. Ma la responsabilità di questa anomalia non è di Mauro.
È dei partiti, e non soltanto di quelli di sinistra.
Peggio per loro, per i capoccia della casta politica.
Hanno alle spalle il consenso di milioni di elettori, ma se ne stanno dimenticando.

Il terzo fatto su quale riflettere è la strategia messa in atto dalle sinistre per combattere Berlusconi.
Proprio perché sempre più deboli e sottomessi al super-comando di Repubblica, molti leader del centro-sinistra alzano di continuo il livello delle accuse al Cavaliere.
Con il risultato di accentuare un delirio antifascista contro un avversario che, pur sbagliando molte mosse, non può essere ritenuto un nuovo Mussolini.
È proprio questo l’errore tragico che stanno facendo.
Franceschini dichiara che «Berlusconi ricorda da vicino il fascismo con i suoi attacchi alla libertà di stampa».
Persino Bruno Tabacci, uno dei capi centristi, si è spinto a dire: «Contro Berlusconi ci vuole un Comitato di liberazione nazionale», senza rendersi conto di evocare un fantasma da guerra civile.
Su Antonio Di Pietro non è necessario aggiungere più nulla. Due giorni fa ha sostenuto che il premier è il nuovo Saddam Hussein.
E a questo punto non gli resta che uccidere il Caimano. O chiedere a Obama di inviare in Italia un robusto contingente militare. Con l’obiettivo di catturarlo e impiccarlo.

Non occorre essere dei maghi per avvertire i rischi di un clima tanto arroventato.
Nella storia esiste una catena inesorabile di eventi.
Non basta più lo scontro parlamentare?
Allora si va in piazza.
E se anche la piazza non basta, non resta che prendere il fucile.
Ma imbracciare le armi è sempre un pericolo mortale.
Non si può volere il ritiro da Kabul, come pretende Di Pietro, e poi considerare l’Italia un altro Iraq o un nuovo Afghanistan.

All’inizio degli anni Settanta, ho visto nascere in casa nostra il terrorismo di sinistra e di destra.
Nessuno lo riteneva possibile.
Sono stato uno dei pochi cronisti a scorgere per tempo quell’abisso.
I giornali di sinistra mi attaccavano, scrivendo che ero un visionario.
Poi tutto è accaduto in un attimo.
Per uscirne, ci sono voluti quasi vent’anni e centinaia di assassinati.
Vogliamo ricominciare?
In nome di una libertà di stampa che non è affatto scomparsa, che c’è, che non è mai stata così forte come oggi?

Giampaolo Pansa