mercoledì 18 giugno 2008

Uno non fa in tempo a scrivere il suo pistolotto...

Uno non fa in tempo a scrivere il suo pistolotto su quanto è stanco, su quanto gli faccia fatica persino ricordare la password del blog, che subito incrocia qualcosa da pubblicare.

Come è abbastanza scontato, il vostro ospite non regala il proprio euro all’editore dell’Unità (a proposito: qualcuno sa chi sia ora?), però legge con costanza Dagospia, ed è grazie a questo che ha trovato questa notizia, di Delia Vaccarello.

Ebbene, sembra che l’impegnatissima rivista dei gesuiti “aggiornamenti sociali” abbia pubblicato un articolo bomba sui froci. Vogliono riconoscergli qualche diritto!

Leggete l’articolo, che è un raro esempio di cosa siano oltre due millenni di cultura del barcamenarsi tra l’umano e il divino, tra l’ontologia e la convenienza.

Mi pare una riflessione elegante, quella dei gesuiti, e poteva diversamente essere?, no.

Ora, sempre che padre Bartolomeo Sorge non vengano arrostiti da G&B (George&Benedict) nei giardini vaticani, queste riflessioni qualche imbarazzo lo porranno ai “cattolici” nostrani… chi lo sa…

L’articolo sarebbe disponibile in PDF anche sul sito di “aggiornamenti sociali”, ma per qualche ragione non riesco ad accedere... mi sa che stanno già a mettere le fascine per il rogo, in Vaticano...

I GESUITI “APRONO” AI GAY – IL GRUPPO DI BIOETICA DELLA CONGREGAZIONE INVITA I POLITICI CATTOLICI AD ACCETTARE LE UNIONI OMOSEX – LA FAMIGLIA TRADIZIONALE NON SI TOCCA, MA I RAPPORTI STABILI SONO OK…

Delia Vaccarello per “l’Unità”
Prende la penna con coraggio l’autorevole rivista «Aggiornamenti sociali» diretta da padre Bartolomeo Sorge per dire, fuori da ogni polemica, che le convivenze tra due persone dello stesso sesso fanno bene alla vita sociale ed è possibile il loro riconoscimento giuridico. Venti pagine di studi firmate dal Gruppo che lavora sulla bioetica (www.aggiornamentisociali.it) e tra le righe l’impalpabile e prezioso tocco di un tono che non condanna né esclude, ma cerca la possibilità di uno «spazio di incontro» tra le diverse posizioni.

Si parte dagli interventi della Congregazione per la dottrina della fede, si passa attraverso considerazioni sociologiche e relative a «sesso e genere», per approdare alle analisi etiche, politiche, giuridiche. Colpisce la sensazione, annunciata da subito, di voler costruire il dialogo. Dopo almeno due anni in cui troppo spesso il dire dei religiosi cattolici è stato di aspra condanna dell’omosessualità, l’impegno a voler comprendere davvero lascia il segno, emoziona.

Due le costanti negli interventi dei sette studiosi impegnati (Carlo Casalone, Giacomo Costa, Paolo Fontana, Aristide Fumagalli, Angelo Mattioni, Mario Picozzi, Massimo Reichlin): l’importanza della stabilità nella coppia omosessuale, la «levità» di uno istituto che riconoscendo diritti e doveri a chi offre cure e sostegno al partner, non s’interessi delle espressioni – sessuali? «solo» affettive? - che caratterizzano quel legame. Importa, sembra dire la rivista, che il rapporto sia duraturo.

Poi, che sia sessuale o sublimato, al legislatore non deve interessare. Perché è così importante il riconoscimento delle coppie omosessuali stabili? I gesuiti lo dicono con chiarezza: «per il bene comune». La definizione è presa alla lettera dal Concilio Vaticano II: il bene comune è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e speditamente» (Gaudium et spes, n.26).

Il Concilio ha a cuore la piena dignità della persona che fiorisce in un rapporto stretto tra individuo e società. L’una e l’altra soffrono se separati. Ancora, il «bene comune» del Concilio trova radici anche nella nostra Costituzione, laddove l’articolo due prescrive che alla persona debbano essere riconosciuti diritti e imposti doveri sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si esplica la sua personalità. Perché la lesbica e il gay che vivono, amano, soffrono, gioiscono da tempo dentro una coppia, in rapporto stretto con la società (lavorano, pagano le tasse, vivono di cultura, si esprimono ecc.), non devono da questa essere riconosciuti? Lasciarli ai margini, vuol dire non contribuire al «bene comune». È ledere gli individui, è impoverire la società.

IL MAGISTERO
L’amore omosessuale è considerato non autentico, disordinato. Anche nel più recente documento del 2003 della Congregazione per la Dottrina della Fede la presa di posizione è netta: non occorre legittimare «specifici diritti» agli omosessuali. Si guarda con sospetto all’uso idelogico della «tolleranza» che può esporre «le giovani generazioni a una concezione erronea della sessualità e del matrimonio». È troppo? È poco?

Paolo Fontana, incaricato per la bioetica nella Diocesi di Milano, si pone alcuni interrogativi in un lessico da studioso che «traduciamo» così: che ne facciamo del peso sociale delle relazioni tra conviventi? Se c’è una coppia stabile emergono diritti e doveri, e la società deve tutelarli. Come fare? Gli scritti magisteriali hanno davvero esplorato tutta la questione, o ancora non si sono pronunciati sulla rilevanza sociale di una coppia solida? Intanto, Fontana traccia l’ipotesi di lavoro della rivista: per le coppie stabili, occorre trovare soluzioni in cui ai diritti corrispondano uguali doveri.

SESSUALITÀ
Identità sessuale, orientamento? Di cosa stiamo parlando? Carlo Casalone, vice direttore di Aggiornamenti sociali, con chiarezza dipana confusioni, fraintendimenti, corregge il tiro sull’uso dei termini, e si sofferma sull’annosa questione della «scelta» di essere omosessuali. Fa il punto: «La persona riferisce di scoprirsi omosessuale senza volerlo e quasi sempre in modo irreversibile». Poi indica la strada: «Il compito dell’etica non sta quindi nell’insistere per modificare questa organizzazione psicosessuale, ma nel favorire per quanto possibile la crescita di relazioni più autentiche nelle condizioni date».

A chi dice che abbiamo bisogno di valori queste parole rispondono a pieno. Non prescrizioni. Non terapie per convertire gli omo in etero. Ma una sola bussola: l’autenticità dei legami. Non stupisce la premessa raffinata con cui lo studioso aveva accostato il tema: la sessualità si lascia avvicinare riconoscendo «un certo non-sapere, e una certa ignoranza». Così spesso i discorsi sulla sessualità restano segnati da «una insuperabile incompiutezza». È un elogio del mistero che apre la riflessione.

E induce a un rispettoso silenzio. L’inconoscibile fa da sfondo alle critiche sugli eccessi della «gender theory» che svincola del tutto la biologia (il sesso) dalla cultura. Secondo questa teoria il corpo può non dir nulla su di noi, chi ha l’ultima parola è solo l’identità culturale plasmabile all’infinito. Se ne occupa Aristide Fumagalli, professore di teologia morale nel seminario arcivescovile di Milano. Anche lui individua gli «spazi di incontro» e indica un pregio: la gender theory ha sottratto l’identità sessuale alla sola natura.

Il corpo, come il vestito, non dà tutte le informazioni sulla persona. In pratica, la differenza di cui tanto si parla non è solo quella tra uomo e donna, e non è solo questa differenza che garantisce la maturità di un rapporto a due, se per rapporto maturo si intende un legame che deve fare i conti con un essere diverso dal «me», con una alterità. L’altro essere che amiamo è ben più che il suo corpo. Dunque, l’uguaglianza dei corpi nella coppia omo «non impedisce in assoluto di riconoscere l’alterità delle persone». Sono cenni antropologici da sviluppare in varie direzioni. Così Massimo Reichlin constata: «di fatto l’esistenza di una duratura relazione affettiva è esperienza dell’alterità, la quale non si concretizza unicamente nei rapporti genitali».


LA FAMIGLIA NON SI TOCCA
Se le relazioni gay possono essere stabili e proficue sul piano personale e sociale resta un abisso tra l’istituto della famiglia e il riconoscimento delle convivenze. La rivista lo sottolinea spesso, quasi a scanzo di equivoci, prendendo le distanza da chi chiede l’eguaglianza dei diritti tra omo ed etero. La famiglia, garantita dall’art.29 della Costituzione, è «società naturale» potenzialmente aperta alla procreazione. Dunque potenzialmente in grado di far ricorso a quella genitalità biologica la cui importanza non va eliminata del tutto. Ma con onestà gli studiosi dicono anche che non può essere la fertilità il semaforo verde per l’accesso ai diritti, nessuno infatti si sognerebbe di toglierli a una coppia etero sterile.

IL POLITICO CATTOLICO PUÒ DIRE SÌ
L’indicazione è allora nella valorizzazione della stabilità del legame e nella solidarietà. «Poiché si riconosce nella stabilità la fonte dei diritti e dei doveri, sarebbe contrario al principio di eguaglianza escludere da queste garanzie certi tipi di convivenze». Il politico cattolico può dunque con coscienza esprimersi a favore di una norma di legge che valorizza la stabilità e non si interessa se il legame tra i due partner è sessuale. Qui politica e norma di legge esauriscono il proprio compito, avverte la rivista. Non hanno necessità di entrare nell’intimità dei partner.

Basta la stabilità. «La scelta di riconoscere il legame tra persone dello stesso sesso appare giustificabile da parte di un politico cattolico. Rappresenta un’opzione confacente al bene comune... senza mettere in discussione il valore della famiglia». È la quadratura del cerchio? No. È un’ottica innovativa, da studiosi. Ben più dei Dico, che citavano solo i diritti dei conviventi. Ben più dei Cus, che sono morti in Parlamento. La legge per i gay compagni di vita, proposta dai gesuiti, è un passo fondamentale per smantellare le barricate e dare una risposta ai primi dubbi dei cattolici. E parlare davvero.

Cosa sta succedendo?

Da circa un mese sono scomparso, dal mio blog e da quelli che frequentavo.

Non è una di quelle “crisi” che a un certo punto colpiscono il blogger, il quale poi “nobilita” la cosa parlando di riflessione sul senso del proprio bloggare e cose simili.
No.
Semplicemente sono molto stanco.
È oramai quasi un anno che non ho una settimana di vera pace, in un susseguirsi di eventi belli, bruttissimi, o solo troppo veloci per non travolgerti.
Da qualche mese poi non faccio altro che correre, e sono oramai fisicamente e mentalmente stanco… così, appena posso, scompaio: lascio suonare il telefonino, non rispondo alle e-mail, evito tutto l'evitabile e cerco di girare l’interruttore e spegnere il rumore intorno a me.
In condizioni del genere non hai voglia di cucinare, né di leggere, andare in palestra, fare le pulizie, mettere in carica le batterie delle varie cianfrusaglie wireless e/o portatili… aggiornare il blog.
A volte in questo mese m’è venuta la voglia di scrivere, ma subito è sopravvenuta la stanchezza, e ho lasciato stare… e quando pure non sarei stato stanco c’era la solita torma di cani latranti che mi inseguiva: il lavoro, le scadenze, quelli che ti chiedono un favore e a cui non puoi dire di no, perché non l’hai mai fatto e non sai neppure come si fa…
Insomma, chi lo sa, magari domattina la voglia di scrivere qualcosa batterà la stanchezza e mi darà lo sprint per sfuggire i cani… ma temo che l’alba non sia vicinissima…
Comunque sia “il gabibbo è vivo, e lotta insieme a voi!”…
Ciao a tutti…

lunedì 19 maggio 2008

Ma perché un governo dovrebbe patrocinare qualcosa?

La mia personale opinione è che, se anziché aprire la bocca avesse continuato a mostrare il culo, la signora Carfagna avrebbe reso un miglior servigio alla Patria.

Dopo questo però, vorrei porre un quesito alle anime candide che in questi giorni si stanno agitando: ma quale sarebbe il Governo della Repubblica che in passato, recente o meno, avrebbe dato il proprio patrocinio al gay pride?
Il Prodi 1? Il D’Alema 1? l’Amato 1 o l’Amato 2? Il Prodi 2? allora?, si può sapere?
Nessun Governo della Repubblica di destra o di sinistra ha mai patrocinato alcun gay pride, anche perché non mi pare di ricordare patrocini di sorta a cortei…

E allora vediamo di smetterla di fare finta di difendere la Libertà da chissà quale insulto, è la solita trovata di propaganda spicciola.
I cortei chi vuole li fa e se li gode, ai governi spetta di difendere il diritto di manifestare di tutti, e basta.
Dopo di che, buona marcia!

mercoledì 7 maggio 2008

Vae victis: crolla il prezzo della mortadella

È proprio vero, non c’è pietà alcuna per lo sconfitto.

È vero che lui era più filo francese, e che quindi forse un po’ inviso gli era già prima, ma come spiegare questa cocente umiliazione se non con l’affermarsi del costume di Maramaldo anche tra le teutoniche genti?

venerdì 2 maggio 2008

Gli ultimi schizzi d’odio

Premessa: ad averne avuta la possibilità, mi sarei collegato anch’io al sito dell’agenzia delle entrate: per sapere quanto guadagno IO.
La mia dichiarazione dei redditi la fa l’amministrazione della mia azienda, che mi dice quando e quanto pagare di “tasse” (IRPEF, INPS, vessazioni assortite) alle giuste scadenze. Non serve neppure la mia firma, perché hanno la mia smart card per la firma digitale, sicché non solo non riesco a evadere un centesimo ma non so neppure a quanto ammonti il mio imponibile…

Fatta questa oziosa premessa, devo dire che l’idea che la mia dichiarazione fosse liberamente accessibile, al mio vicino, ai miei collaboratori, financo a mia sorella m’è parsa l’equivalente di uno stupro.
Mi spiace, ma quello che guadagno io interessa solo me, e lo Stato limitatamente al controllo di congruità delle mie dichiarazioni dei redditi.
Nei commenti al post di Cristina Missiroli sul tema, un lettore (Luca) ha giustamente osservato che, a questo punto, non c’è ragione di difendere la privacy per altre cose: la storia medica di tutti (in fondo ci sono tante brutte malattie in circolazione), il contratto di assunzione e lo stipendio di tutti (così capiamo come fa a campare il nostro vicino), la religione (che del resto è già attestata da un sacco di atti “pubblici”), la destinazione delle ferie e, perché no, le preferenze sessuali…
Mi si dirà che già oggi le dichiarazioni dei redditi sono pubbliche.
Vero, ma si dimentica di dire che accedere alla dichiarazione dei redditi del vicino non è semplicissimo: devi sapere che puoi farlo, devi sapere a chi rivolgerti, devi andare in un certo ufficio, devi farti riconoscere e registrare come soggetto che accede ai dati, devi fare la richiesta, devi aspettare il tempo necessario per ottenere la copia… probabilmente devi pure pagare qualcosa.
Tutt’altro che digitare www.affarideglialtri.it e andare a caccia delle stesse informazioni con la stessa facilità con cui si ottengono le preview dei siti porno.

Ma la cosa più importante, è a mio avviso il significato.
È l’ultimo bollente schizzo di odio da parte di figuri che con gesti come questi spiegano meglio che con milioni di parole perché è giusto tenerli lontani dal potere.
Credono nell’odio, credono nella forza corrosiva della sfiducia e del risentimento.
Credono in una società fondata sull’invidia, zizzania che divide i cittadini e permette al potere di penetrare nelle loro vite di controllarle, di dirigerle senza avere alcun limite.
Credono nello stupro, non in quello fisico, che è cosa da pezzenti, né in quello etnico, che non va bene per gente di cultura, ma nello stupro classista.
Erano, sono e saranno per sempre dei semplici totalitaristi.
Avevano progettato questa porcata tre mesi or sono, e si sono fermati solo perché sapevano che gli elettori li avrebbero bastonati.
Se l’erano riservata come l’arma finale. In caso di vittoria per annichilire la società e seminare la paura come primo strumento propedeutico a una nuova stagione di terrore fiscale, in caso di sconfitta per “avvelenare i pozzi” e procurare qualche problema a chi sarebbe venuto dopo.
Una via di mezzo tra il “grande fratello” e le SS in ritirata.
Grazie a Dio ce ne siamo liberati